Visualizzazione post con etichetta Amira Casar. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Amira Casar. Mostra tutti i post

mercoledì 25 settembre 2019

Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 24/09/2019 Qui
Tema e genere: Dramma biografico che racconta gli ultimi e tormentati anni di Vincent Van Gogh, dalla burrascosa amicizia con Paul Gauguin, fino al colpo di pistola che lo uccise a soli 37 anni.
Trama: Uno sguardo al periodo che Vincent Van Gogh ha passato nella regione di Arles tra il febbraio del 1888 e il maggio del 1889.
Recensione: Dopo decine di adattamenti e opere originali dedicategli (l'ultimo bellissimo Loving Vincent, troppo particolare, per tecnica ed inventiva, per essere dimenticato), arriva Julian Schnabel con il suo Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità a parlare ancora una volta di Vincent Van Gogh. Presentato alla 75ma Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia, il film si focalizza sugli ultimi anni di vita dell'artista, tormentato da grosse difficoltà economiche e da una crisi esistenziale che lo ha portato al crollo delle sue condizioni psichiche e al ricovero presso l'ospedale psichiatrico di Saint Remy. Per parlare di un personaggio-simbolo della cultura occidentale su cui tutto sembra esser stato detto, il regista lavora per ellissi e sottrazioni, contestualizzando la figura tormentata di Vincent quasi esclusivamente attraverso la sua arte. Il film privilegia infatti la materia pittorica in quanto tale piuttosto che la componente biografica, scommettendo sulla composizione di immagini e paesaggi, sono i luoghi, i colori e i dipinti a parlare, ancor più del protagonista e del suo viaggio "sulla soglia dell'eternità", come recita il titolo della pellicola tratto da un suo dipinto. Schnabel conosce bene la materia che sta trattando (oltre che regista è lui stesso un pittore) e vuole omaggiare l'artista imitandone lo stile pittorico: colori saturi, scene di paesaggi sconfinati e inquadrature in soggettiva sembrano volerci calare nei panni dell'ultimo Van Gogh, solo e discriminato da quella società borghese che non lo ha mai del tutto compreso. Le immagini si susseguono dunque in una continua frizione tra la realtà interiorizzata dall'artista e una concretezza superficiale e immediata alla quale il suo genio non ha mai saputo adeguarsi. La sua sensibilità dolce e tormentata è tradotta dalle parole delle lettere realmente indirizzate ad amici e parenti, che qui fungono da voce narrante e guida attraverso gli stati d'animo del protagonista, più didascalici sono invece i dialoghi tra i personaggi, che in una sceneggiatura volutamente elementare si perdono in spiegazioni un po' artificiose e ridondanti sul valore della pittura. Con la sua interpretazione Willem Dafoe si è guadagnato a Venezia la Coppa Volpi (ed una candidatura agli Oscar), ma Rupert Friend nei panni del fratello Theo e Oscar Isaac in quelli di Gauguin non sono certo da meno, purtroppo in più di un'occasione la cura del versante estetico si scontra con la fragilità di una controparte narrativa eccessivamente piatta e lineare, che talvolta rende il film faticoso e non sempre ha la forza per arrivare al cuore dello spettatore. Il tentativo di Schnabel, non del tutto esaustivo, è comunque coraggioso e merita di essere ricordato anche soltanto per aver concretizzato quel dramma esistenziale (centrale nella vita di Van Gogh) che raramente è stato affrontato con tale consapevolezza sul grande schermo.

martedì 25 giugno 2019

Chiamami col tuo nome (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 21/01/2019 Qui - Non è facile dare un giudizio obiettivo su quest'ultima opera di Luca Guadagnino. Sicuramente bella ed efficace la rappresentazione dei luoghi nei quali si svolge la vicenda, con un'ottima fotografia e con una raffinata capacità evocativa dei luoghi rappresentati, purtroppo però la sceneggiatura non riesce a scandagliare a fondo nel carattere dei personaggi, restando solo alla superficie delle loro problematiche esistenziali e i dialoghi risultano di una elegantemente sontuosa banalità e qualche citazione colta sparsa qua e là non riesce mai a dare loro spessore. La ricostruzione degli ambienti poi, seppur convincente, appare comunque imprecisa e superficiale. Attenzione però, non è un brutto film, è soltanto anonimo, scialbo, uno sbadiglio dietro l'altro. Non mi ha emozionato per niente (e non c'entra niente l'orientamento sessuale). Il problema personalmente è nella piattezza delle recitazioni (a parte forse il giovane protagonista) e (come già accennato pocanzi) della sceneggiatura. Ancora non riesco a capire come abbia fatto a ricevere persino un Oscar, anzi, forse si, perché l'avevo intuito ed alla fine è stato proprio così, la furba carta vincente è stata mettere una "storia omosessuale" aggiungere celebri Hit degli anni '80, ambientarlo in quel decennio cavalcando l'onda della nostalgia che ormai è di moda tempo e frullare tutto. Mi è parsa quindi solo una furbissima operazione. Dopo aver visto infatti Chiamami col tuo nome (Call Me by Your Name), film del 2017 diretto da regista italiano ormai americano per adozione, la sensazione che si prova è simile a quella di chi, dopo aver acquistato un gioiello presso una oreficeria referenziata, si accorge in seguito di aver comprato una misera patacca, magari ben fatta e pure luccicante come oro zecchino, ma pur sempre una patacca. Una sensazione mista di rabbia per l'imbroglio subito e di ammirazione per l'abilità del falsario.