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mercoledì 5 gennaio 2022

Non ti presento i miei (2020)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 05/01/2022 Qui - Classica commedia di stampo natalizio, che sostituisce l'ormai vecchio retaggio del presentarsi insieme al fidanzato di colore con il portare a casa una fidanzata lesbica e nasconderla ai genitori ultra-conservatori. Nonostante il tema non sia fresco, così come le battute e le gag (prevedibili), il tutto funziona per il garbo della sceneggiatura (che comunque tende forse troppo al dramma) e la bravura dei suoi interpreti, con una Kristen Stewart ben calata nella parte e una Mackenzie Davis che le fa da giusto contraltare. La regia propone lo stile solito da dedicare al periodo e alla fine si resta piacevolmente intrattenuti, nonostante la retorica, la banalità, l'immancabile buonismo finale ed una certa ostentazione (forse evitabile) dell'essere omosessuale. Comunque Happiest Season, opera della (ora anche) regista Clea DuVall, è carina sì, ma affatto memorabile. Voto: 5,5

martedì 14 dicembre 2021

Una donna promettente (2020)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/12/2021 Qui - Trainato dalla grandiosa performance di Carey Mulligan, Promising Young Woman è uno strano revenge thriller, che svela le sue carte piano piano. Il progetto della sua enigmatica protagonista non è chiaro fin da subito, ma i tasselli verranno amalgamati ottimamente e saranno evidenti nella parte finale. Proprio il finale imprevedibile sarà di grande impatto e non si scorderà facilmente. Alla sua prima regia, Emerald Fennell filma un revenge movie non lontano dal modello di Oltre la notte, Kill Bill o Lady Vendetta. Lo stile sta tra il dramma psicologico, il grottesco, la commedia rosa e quella nera. E per quanto il ritmo abbia qualche cedimento, le sorprese e i colpi di scena non mancano. Un film incentrato sicuramente sul dolore che tuttavia indugia davvero poco sulla spettacolarizzazione della violenza, se non in una scena abbastanza dura più per il peso che ha sulla storia che per le immagini. Un cast tecnico e artistico in prevalenza femminile che manda un messaggio ben preciso agli uomini in maniera diretta e grintosa che ricorda la quarta stagione de Il racconto dell'ancella. Sicuramente un film figlio del #metoo, ma non di propaganda e con una sua dignità cinematografica. L'Oscar come migliore sceneggiatura originale, quindi, non sembra essere stato assegnato con intenti politici, come si sospettava. A trovar qualche difetto, una voce narrante troppo invasiva e una prima ora abbastanza criptica e ripetitiva, ma una volta capite le intenzioni il film è un fiume in piena. Un film sorprendente che la visione certamente la vale. Voto: 8-

lunedì 3 maggio 2021

The Rental (2020)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 03/05/2021 Qui - Il debutto alla regia di Dave Franco è un thriller nel complesso abbastanza riuscito, con alcuni limiti concentrati soprattutto nella prima parte con personaggi scarsamente empatici e sviluppati in modo superficiale. Difficile fare il tifo per le vittime ma nessun compiacimento nella violenza ed un epilogo (sorprendente, tra lo spiazzante e il "ci può stare") che colpisce per la sua seriale freddezza. Meglio la seconda parte, appunto nella quale la sceneggiatura adotta soluzioni originali ed evita di dare troppe spiegazioni, adottando inoltre uno stile visivo decisamente efficace. The Rental si fa seguire bene fino alla fine, con una buona nel complesso progressione degli eventi, anche se talvolta risulta banale in alcune situazioni. Non particolarmente memorabile la prova degli attori (a Dan Stevens si aggregano, oltre agli altri, sia la bella Alison Brie che Sheila Vand). Tutto sommato uno sguardo glielo si può dare. Voto: 6+

sabato 16 novembre 2019

The Disaster Artist (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 15/11/2019 Qui
Tema e genere: Tratto dall'omonimo romanzo di Tom Bissell e Greg Sestero, questo film biografico/drammatico (candidato agli Oscar per la migliore sceneggiatura non originale e diretto ed interpretato da James Franco) racconta la storia vera, e tragicomica, della creazione di The Room, una delle pellicole più derise della storia del cinema, un capolavoro trash che ebbe un pesante insuccesso in sala ma che, negli anni, è diventato uno (s)cult imperdibile.
Trama: La strana ma vera storia dell'amicizia tra gli attori Greg Sestero e Tommy Wiseau, che insieme realizzarono The Room, film all'unanimità considerato come il peggiore della storia del cinema.
Recensione: Qual è il film più brutto della storia del cinema? Guardando all'Italia c'è parecchia scelta, uno potrebbe essere per esempio un certo film interpretato da Alberto Tomba, quelli che se ne intendono dicono invece che sia stato The Room (che non ho visto e in verità non so se mai vorrei vederlo, è troppo anche per me che seguo il cinema trash), il film che Tommy Wiseau realizzò agli inizi degli anni 2000, vicenda rocambolesca ricostruita in The Disaster Artist. Un film decisamente strano ma stupefacente, un film in cui c'è James Franco, c'è Seth Rogen, c'è comicità, elementi incredibili al limite dell'assurdo, tuttavia dannatamente veri. Si perché The Disaster Artist, basato appunto sull'omonimo libro di Greg Sestero, si ispira alla vera storia della lavorazione del film The Room, un film talmente brutto da essere entrato nel mito. E così sulla falsariga di altri titoli simili quali Ed Wood e Bowfinger, il film di Franco ci racconta un personaggio eccentrico (un genio visionario o un semplice folle sfigato? a questa domanda non viene data risposta, ma è facile propendere per la seconda ipotesi) e la sua idea di realizzare un film nonostante la totale incompetenza. The Disaster Artist è, quindi, un film nel film, ma è anche la storia d'amicizia tra due uomini, il giovane e sprovveduto attore Greg Sestero (interpretato benissimo dal fratello del regista, il comunque già navigato Dave Franco) e il misterioso e strambo Tommy Wiseau (di lui ancora oggi non si conoscono luogo di nascita, età e provenienza del suo inestimabile patrimonio). Di sicuro però non è un film che vuole fare il verso a quel "stravagante" film, anzi, The Disaster Artist è il mezzo con cui James Franco elude la bruttezza di quel film per indagare sulla sua realizzazione, su come un iniziale entusiasmo produttivo si sia trasformato in un disastro senza pari e, ancor di più, su cosa può essere passato per la testa a Tommy Wiseau (qui interpretato splendidamente dallo stesso Franco) durante tutti quei giorni.

sabato 7 settembre 2019

The LEGO Movie 2 - Una nuova avventura (2019)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 06/09/2019 Qui
Tema e genere: Pellicola d'animazione sequel del film del 2014 The LEGO Movie.
Trama: L'invasione aliena dei Duplo minaccia il mondo dei Lego. Che scatena viaggi interstellari, battaglie, incontri.
Recensione: Era il 2014 quando sugli schermi di tutto il mondo arrivò The LEGO Movie (personalmente arrivò un po' più tardi), strabiliante lavoro d'animazione che, partendo dal mondo dei celeberrimi mattoncini danesi inventati da Ole Kirk Kristiansen nel 1916, aveva creato un film spassosissimo, ironico, colorato e pop come pochi altri. Fu un successo incredibile, doppiato di lì a poco dagli spin-off LEGO Batman - Il Film e LEGO Ninjago - Il film, che portarono al successo (l'ultimo un po' meno) un'animazione in grado di unire CGI, Stop Motion e Live Action in modo assolutamente geniale ed efficace. Ora, ad anni di distanza, ecco il sequel ufficiale: The LEGO Movie 2 - Una nuova avventura, per la regia di Mike Mitchell (un fuoriclasse dell'animazione da fine anni '90, regista anche del recente coloratissimo e divertente Trolls) e basato su uno script di Raphael Bob-Waksberg, Matt Fogel, Michelle Morgan, e soprattutto Phil Lord e Christopher Miller, i registi del primo film. Questo secondo capitolo di animazione, come dice il motivetto dei personaggi, continua a essere "meraviglioso" e a riservare sorprese: ancora più musica, ancora più personaggi e mondi (o "Sistemi Sorellari") da esplorare, in un mix appunto (riuscito) di tecniche di animazione e live action. Non ha dalla sua l'elemento novità, ciò nonostante riesce a tenere incollato allo schermo lo spettatore (presumibilmente di tutte le età) grazie ad una storia semplice ma al contempo articolata. Giocando anche con tutti i punti i forti del primo, a partire da quel mondo reale in cui tutto viene costruito e poi prende vita grazie alla fantasia di due ragazzini. Questa volta però ci spostiamo dalla tematica padre/figlio per passare alla relazione tra fratello e sorella, per poter poi trattare il tema della collaborazione e sul come lavorare in squadra sia più creativo. Un'interessante metafora per poter allargare la storia ed includere i nuovi personaggi del sistema Sorellare (di cui sopra) nel film, un film in cui diventa sempre più assidua l'interazione tra il mondo reale e quello Lego giocabile. Un film che viaggia quindi nel solco del predecessore e, nonostante non abbia lo stesso impatto del primo, riesce comunque a divertire genuinamente e soddisfare le aspettative. Lo fa spingendo sui personaggi, sia con i protagonisti, svelando altri particolari su Lucy e Emmet, sia con quelli famosi come Batman (doppiato nuovamente e bene da Claudio Santamaria), e infine con i nuovi, convincenti e sfaccettati nonostante le dimensioni ridotte dei mattoncini LEGO (a partire dalla Regina Wello Ke Wuoglio, trasformista e non-malvagia, fino al Generale Dolce Sconquasso e la sua tecnologia esplosiva). Una delle caratteristiche della pellicola (del franchise) sono le citazioni ed i riferimenti, ed anche qui ne troviamo di più o meno evidenti. Infatti gli sceneggiatori hanno scritto un secondo capitolo davvero ricco di citazioni cinematografiche e rimandi alla cultura pop. Ad esempio Apolypseburg cita classici come "Made Max" e "Fuga da New York". Troviamo un personaggio del sistema Sorellare che ricorda Edward Cullen di Twilight, ritroviamo tre Wonder Woman, una per ogni generazione. Il personaggio di Rex Rischianto è fortemente caratterizzato dalle ultime produzioni di Chris Pratt  che lo doppia nella versione originale insieme ad Emmett.

domenica 7 luglio 2019

The Post (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 15/03/2019 Qui - E' di notevole interesse la questione dei rapporti tra potere politico e libera stampa e Steven Spielberg dirige con affinato mestiere due grandi interpreti, tuttavia la sceneggiatura non è particolarmente avvincente né scoppiettante ed il film non esce dai binari del convenzionale: un lavoro non innovativo rispetto ai numerosi film a tema "giornalistico". In questa ultima fatica del grande regista, The Post, film del 2017 diretto appunto dal regista americano, si parla, infatti, dei rischi che aveva corso la libera stampa negli Usa nel 1971 (Presidenza Nixon), dopo gli arroganti tentativi di imbavagliarla, quando erano state pubblicate dal New York Times alcune pagine blindate dei Servizi Segreti (Pentagon Papers) che permettevano di vedere chiaramente attraverso quale rete di menzogne e manipolazioni per circa trent'anni si fosse celato all'opinione pubblica il coinvolgimento militare degli USA nelle operazioni di guerra in Indocina (la guerra del Vietnam). Quattro presidenti americani di ogni fede politica, repubblicani (Eisenhauer) e democratici (Truman, Kennedy, Johnson), non solo non avevano mai detto la verità al Paese, ma avevano fatto credere che la vittoria contro i vietcong, ovvero contro gli abominevoli comunisti, fosse imminente, cercando in tal modo di giustificare l'incremento sempre maggiore di risorse economiche e umane destinate dai loro governi all'infernale tritacarne di quella guerra, nonostante le disfatte militari e la morte dei soldati, non solo volontari ormai, fossero triste realtà quotidiana. Ma nonostante nel complesso sia comunque appassionante, anche perché il messaggio sembri, ancor oggi dopo 30 anni, attuale più che mai, nel film, un film abbastanza soddisfacente, con delle ottime interpretazioni, ma un po' carente nell'esecuzione, c'è parecchio potenziale sprecato nella scelta del regista di concentrarsi quasi esclusivamente sul punto di vista della redazione del Post e sulla figura di Katharine Graham, che, per quanto siano magnificamente rappresentati da delle ottime interpretazioni di Tom Hanks, Meryl Streep e Bob Odenkirk, rendono la vicenda un po' troppo ristretta. Il film avrebbe potuto giovare sicuramente nel mostrare di più la reazione del popolo americano dell'epoca, sui sentimenti di tradimento e di disprezzo nei confronti di chi credevano fossero stati fino ad allora dei leader onesti e giusti e che invece avevano mentito spudoratamente per anni sugli andamenti della guerra in Vietnam e su come l'intero scandalo dei Pentagon Papers avesse gettato le basi della presa di coscienza del popolo statunitense a non fidarsi mai completamente dei loro leader. Non lo fa, peccato, eppure questo è un film riuscito, soprattutto importante.

giovedì 27 giugno 2019

Quando un Padre (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/01/2019 Qui - Se un figlio si ammala gravemente quali diventano le priorità per un genitore che ha messo sempre la carriera al primo posto? E' quello che succede al  protagonista del film Quando un Padre (A Family Man), film del 2016, diretto da Mark Williams che, continuamente oberato di impegni lavorativi e soprattutto di inventare continue strategie al fine di battere la concorrenza (tanto più quando l'avversario in questione è costituito da una donna, Alison Brie), si trova a dover affrontare la dolorosa realtà di avere il proprio bambino seriamente malato di leucemia. Il papà nel corso della terribile malattia comincerà così a dedicarsi maggiormente alla propria famiglia che, invece, ha sempre trascurato per il lavoro, ed "in primis" ovviamente al figlioletto malato. Riscoprirà la gioia di avere degli affetti familiari sinceri, di quanto invece sia arido e spietato, seppure necessario, il mondo del lavoro e pertanto ad iniziare una nuova e più serena esistenza. Il film diretto dal produttore statunitense qui al debutto alla regia, non presenta troppe sorprese: la storia è un "drammone" che mescola il tema del lavoro e dello stress da successo con quello della famiglia e della malattia del figlio, quest'ultimo, con il rischio (inevitabile) di essere ricattatorio. Gerard Butler, poi, nei panni del padre/protagonista è efficace e scontato al tempo stesso: gli vengono bene le parti da uomo con un alto senso di sé (fino a risultare irritante) cui la vita costringe ad abbassare le penne, ma è un profilo umano che si è visto mille volte, e che il possente Re Leonida stesso ha già incarnato (Dane ricorda a tratti un altro suo personaggio, quello di un film diretto da Gabriele Muccino negli Usa ovvero Quello che so dell'amore).

martedì 5 marzo 2019

Single ma non troppo (2016)

Mini Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/03/2017 Qui - SINGLE MA NON TROPPO (Commedia Usa 2016): Già che il film si basava su un libro di Liz Tuccillo, sceneggiatrice di Sex and the city, era qualcosa di irritante, perché io le situazioni o i temi frivoli e futili proprio non li sopporto, e in effetti tutte 'zoccolette', a partire dalla volgarissima Rebel Wilson, qui senza freno, dalla libertina Dakota Johnson, prima frigida e poi tutta un fuoco e a letto con tutti, dalla dolcissima Alison Brie (Community) che cerca l'anima gemella sui siti d'incontri e infine Leslie Mann l'unica sana di mente ma grottesca nella storia più stramba e inutile. E non basta il tema (su cui si basa la trama) dell'amore, della libertà di una ragazza (la Johnson) in cerca di una identità a salvare un film che solo musicalmente riesce a salvarsi. Un vero e proprio miscuglio di banalità indigeste, piattissimo e privo del tutto di alcun punto interessante. Infine nonostante un finale aperto si ha come la sensazione di essere nel prequel di 50 sfumature di grigio, non solo per l'attrice in questione quanto per la rivelazione interiore di lei, e ciò non è proprio di buon auspicio a chi vorrebbe di sfuggita vederlo. Non fatelo così non ve ne pentirete. Voto: 4,5