Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 17/05/2022 Qui - Ci sono fondamentalmente due sottotrame in questo film. Quella minore
non è sviluppata adeguatamente. Quella principale magari centra in parte
la componente psicologica, ma utilizza dispositivi già abusati, oppure
forzati e poco rilevanti, ma certamente prevedibili. Film quindi
sottotono questo di Pedro Almodóvar, che non c'entra del tutto il
bersaglio (sicuramente meno che in Dolor y gloria). Egli che ha i sui
fans che digeriscono e amano tutto quello che fa. Io, pur non essendo
fra questi, ne riconosco il talento e non perdo nessuna delle sue
pellicole. Questo Madres Paralelas aveva tutti i presupposti per destare
la mia attenzione, l'incrocio fra un dramma personale con il ricordo di
un pezzo di storia drammatica spagnola. Purtroppo l'aspettativa è stata
parzialmente delusa. Ha prevalso l'esercizio stilistico, con attrici
perfettamente messe in scena (si parla di Penélope Cruz e Milena Smit, anche se nel caso della prima mi è sembrata esagerata la candidatura agli Oscar), il senso dei due drammi emerge in tutto la
sua prorompenza, peccato che il tutto non sembra avere un senso
compiuto. La complicità dei fatti è una forzatura e seppure col cuore in
mano (perché il film è denso di emozioni) alla fine prevalgono i dubbi.
In sostanza un film slegato, seppure con temi forti che il regista
spagnolo ci mette davanti: la maternità, la morte di un figlio
scambiato, una famiglia disgregata, il valore del ricordo, la dignità
dei morti, lo sfogo saffico. Ma a parte questo la storia non appassiona come dovrebbe, il film si dimentica in fretta. Voto: 5,5
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martedì 17 maggio 2022
venerdì 17 luglio 2020
Mio fratello rincorre i dinosauri (2019)
Titolo Originale: Mio fratello rincorre i dinosauri
Anno e Nazione: Italia 2019
Genere: Drammatico
Produttore: Isabella Cocuzza, Arturo Paglia
Regia: Stefano Cipani
Sceneggiatura: Fabio Bonifacci
Cast: Alessandro Gassmann, Isabella Ragonese, Francesco Gheghi
Lorenzo Sisto, Arianna Becheroni, Roberto Nocchi
Rossy De Palma, Gea Dall'orto, Mariavittoria Dallasta
Edoardo Pagliai, Saul Nanni, Sara Lacitignola
Lorenzo Sisto, Arianna Becheroni, Roberto Nocchi
Rossy De Palma, Gea Dall'orto, Mariavittoria Dallasta
Edoardo Pagliai, Saul Nanni, Sara Lacitignola
Durata: 95 minuti
Alessandro Gassmann e Isabella Ragonese in una pellicola di formazione di Stefano Cipani.
Un adolescente si confronta con la disabilità del fratellino, affetto dalla sindrome di Down.
venerdì 9 agosto 2019
L'uomo che uccise Don Chisciotte (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 08/08/2019 Qui
Tema e genere: Dramma di fantasia liberamente ispirato al Don Chisciotte di Miguel de Cervantes.
Tema e genere: Dramma di fantasia liberamente ispirato al Don Chisciotte di Miguel de Cervantes.
Trama: Un cinico regista pubblicitario si imbatte in un vecchio attore impazzito che si crede Don Chisciotte e si ritrova immerso in diverse avventure.
Recensione: Dopo 25 anni di produzione a dir poco travagliata, finalmente è uscita l'interpretazione in chiave comica e, come sempre, grottesca del mitico regista Terry Gilliam, ex componente dello storico gruppo Monty Python nonché regista del cult "Brazil" e altri grandi film, della celeberrima storia di Don Quixote. La domanda che sorge spontanea, date la lunga attesa, la storia che lo ha reso cult già prima che uscisse e le numerose speculazioni che lo hanno accompagnato nel corso degli anni, è non solo se il film meritava di essere finito, e la risposta è sempre sì perché ogni film bello o brutto che possa essere merita di essere visto da un pubblico, ma se tutta questa difficile e complessa lavorazione ha influito negativamente sul profitto finito. Purtroppo la risposta è anch'essa un sì. Perché purtroppo, L'uomo che uccise Don Chisciotte è essenzialmente questo: un tentativo quasi eroico, ma al tempo stesso alquanto confusionario, raffazzonato, quasi strampalato, esattamente come le imprese del protagonista del libro di Cervantes. Lo scorrere del tempo influisce su ogni cosa, e nemmeno il più sincero dei film è esente da questa legge inflessibile. Eppure il film ha un inizio perfetto, un inizio che cattura subito l'attenzione dello spettatore catapultandolo immediatamente nella storia e abituandolo già dai primi minuti al timbro costantemente in bilico tra il comico e il grottesco con il quale praticamente ogni film di Terry Gilliam viene da lui caratterizzato, purtroppo però più il tempo passa, più la storia prosegue e più il film si perde in sé stesso in un nodo sempre più stretto ed irreparabile di strade imboccate e strade abbandonate in quanto al proseguimento della trama. La difficoltosa produzione ha difatti portato a degli enormi problemi nella scrittura e soprattutto nella narrazione all'interno dell'intera pellicola che appare confusa, confusionaria e indecisa su quale genere appartenere finendo per staccare da genere a genere in maniera fastidiosamente netta: drammatico poi comico poi parodistico, ma mai riuscendo né a far prediligere uno di questi genere né ad amalgamare i vari generi che sceglie di seguire. Fa confusione anche con le varie sotto-trame che vanno ad incatenarsi in maniera forzata e poco chiara finendo per far perdere nella confusione totale anche la trama principale che infatti finisce per risultare quasi assente, o meglio raccontata in maniera da farla sembrare tale, proprio perché imbocca troppe strade senza accorgersi di aver lasciato quella precedente senza averla prima conclusa o collegata. Il film si conclude con un finale altrettanto confuso e assolutamente mal contestualizzato che lascia lo spettatore alla fine della visione con più domande che risposte, tanto dispiacere e un pizzico di frustrazione. Un vero peccato perché la regia del punto di vista visivo riesce in diversi tratti a stupire con varie inquadrature e scene suggestive, tecnicamente impeccabili ed inventive, anche la fotografia, con i suoi splendidi colori e la sua luce ben calibrata, e la colonna sonora irriverente ci provano a rendere il tutto più piacevole ed in parte ci riescono, viste anche le ottime interpretazioni, ma la confusione la fa da padrone. Tanto che, ancor più che in altri film di Terry Gilliam, risulta qui abbastanza difficile definire con precisione di che cosa parli la pellicola. Sarebbe fin troppo facile, e forse anche riduttivo, parlare di un semplice adattamento dell'omonimo romanzo. Più in linea con la poetica di Gilliam, è corretto ravvisare in L'uomo che uccise Don Chisciotte una personalissima rielaborazione emotiva, un pretesto per parlare d'altro.
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venerdì 14 giugno 2019
Julieta (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/10/2018 Qui - Julieta (Drammatico, Spagna, 2016): Un film spento, che non decolla mai del tutto, che non riesce realmente ad appassionarti. Questa è l'impressione principale che ho avuto dopo la visione (e in parte anche durante). E sì che ce n'era di materiale, di carne messa al fuoco in questa storia che ha i contorni della tragedia, ma non sfocia mai in veri momenti drammatici, o meglio, i momenti drammatici ci sarebbero, ma ci vengono solo raccontati e spiegati a parole, peccato che siamo al "cinema" e non davanti a un buon libro. Troppe cose forse, troppi personaggi abbozzati che sembrano sempre sul punto di svelare chissà cosa (come sembra sottolineare costantemente la "ansiosa" colonna sonora) o promettono chissà quale sviluppo che non viene mantenuto: penso al rapporto con la madre malata e col padre, all'amica adolescente, alla scultrice, alla governante il cui ruolo, seppur secondario, rappresenta il motivo scatenante della parte più oscura della vicenda. Ma sono tutti personaggi un po' buttati lì, alla fine resta una sensazione di spreco, di mancato approfondimento (lo spettatore aspetta il gran finale ma, invece della genialata in stile Pedro Almodovar, ti arriva una scialba, improbabile e poco convincente spiegazione). E poi, vogliamo, dirlo, le motivazioni sono flebili, Julieta in realtà non ha nessuna colpa, a meno che uno non voglia sentirsi artefice volontario di qualsiasi evento casuale della vita (sì, c'è una parola sola: "destino"), ma a quel punto il tema del film si sarebbe dovuto indirizzare sul campo psichiatrico o religioso. Ecco, appunto, anche la stessa deriva spirituale della figlia è solo accennata, raccontata da terzi, non c'è una sola immagine che faccia presagire o spieghi a posteriori. E pure la recitazione resta come un po' in sospeso, come tutto il film, con il cambio di attrici che interpretano Julieta che forse non è dei più azzeccati, troppo simili e al contempo così diverse, sulla carta dovrebbero rappresentare due stati d'animo, due stadi della vita completamente diversi, mantenendo però un trait d'union, ma l'operazione non riesce del tutto. Anche lo stacco tra le due fasi bisognava di una maggiore dilatazione cronologica, così l'asciugatura dei capelli diventa solo un giochino un po' forzato. Oddio, non è tutto da buttare via, di buono restano molte immagini, i colori dominanti (rossi e blu), così intensi e accesi, e una storia che avanza, in maniera un po' troppo schematica (nonostante sia giocata su piani temporali diversi), ma senza mai annoiare, con un lento disvelamento e mantenendo viva una buona dose di curiosità sui suoi esiti. Un film vedibile sicuramente, non certo imperdibile. Voto: 5,5
sabato 19 gennaio 2019
Tutti pazzi in casa mia (2014)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/08/2016 Qui - Quante volte, a tutti noi, ci sarà capitato di voler fare una cosa e volersi rilassare volendo ascoltare la propria musica preferita o volendo leggere un buon libro o, comunque, volendo dedicarci a quello che più ci piace ma il mondo intero sembra impedircelo? Quasi come una congiura, un complotto. E la storia della divertente commedia francese Tutti pazzi in casa mia (2014) parte proprio da qui. Michel, dopo essere riuscito a trovare un disco di musica jazz che cercava da anni, si precipita a casa per ascoltarlo. È l'uomo più felice del mondo, e sogna ad occhi aperti il momento in cui si distenderà sul divano e si assaporerà un'ora di buona musica. Ma, ahimè, tutto e tutti non gli consentiranno di fare ciò, facendo diventare il protagonista sempre più nervoso (e insofferente) con il passare dei minuti, e regalando a noi spettatori diverse situazioni divertenti. Ma non tutto il male verrà per nuocere facendo riscoprire al protagonista il valore degli affetti. Non disturbare un'ora di tranquillità (titolo come sempre massacrato dai geni della titolazione italiana), tratto dalla omonima commedia teatrale di Florian Zeller è diretta dal regista Patrice Leconte, che gira con un occhio solo la solita, perfetta, commedia borghese degli equivoci. Il regista infatti come è solito ormai il cinema francese utilizza formule e cliché collaudati, ma come sempre riesce ad assicurare lo stesso risultato, ridere e divertire. Perché i francesi ancora una volta dimostrano di saperci veramente fare, una commedia (come questa) è difatti l'esempio più lampante degli automatismi raggiunti dal modello francese, grazie anche ad una maggiore sinergia con il teatro, fucina di molte sceneggiature. Comunque anche se l'idea di partenza non è male e anche se scorre molto veloce (la durata è infatti inferiore agli 80 minuti), lo sviluppo, invece, è decisamente velleitario, esile come la trama, sebbene le situazioni rappresentate siano portate un poco all'estremo e pertanto rendano il film assai inverosimile.
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