martedì 15 gennaio 2019

Humandroid (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 11/04/2016 Qui - Humandroid (Chappie in originale) non è il classico film di fantascienza, non siamo in un futuro distopico, non ci sono evidenti dubbi morali ed etici (alcuni però ci sono) tra umani e robot come nella precedente pellicola, anzi, qui siamo di fronte a qualcosa di unico ma non così eccezionale (anche se accattivante) come mi aspettavo. Questa pellicola del 2015, è stata scritta e diretta da Neill Blomkamp, che aveva esordito bene, benissimo con District 9, poi aveva messo le carte in tavola col minore Elysium, qua è al suo minimo. Il film è un minestrone che funziona poco e vale al massimo una visione alla tv. Humandroid infatti è un’opera centrifuga dove si getta tutto e tutti nel calderone: il tema della coscienza come materia tangibile, la socializzazione alla violenza, l'umanesimo della macchina, l'immortalità. I riferimenti, tematici ed estetici, sono ovviamente molteplici, alti e bassi: dai più ovvi RoboCop a Corto circuito. Mancano pensiero, direzione, un'idea di cinema, sì robusto e energetico che sa coattamente intrattenere, ma anche irritare in certi frangenti. Humandroid è ambientato in un futuro (molto) prossimo (2016..) e precipitato nei bassi fondi di Johannesburg, assediata da bande criminali. Per fare fronte al numero di aggressioni, omicidi, regolamenti di conti e rapine a mano armata che sconvolgono la città, le autorità di polizia 'ingaggiano' una brigata di robot umanoidi costruiti dalla società Tetravaal e ideati da Deon, giovane ingegnere indiano che da tempo lavora sull'intelligenza artificiale. Ma il sogno di Deon di dotare le sue creature di una coscienza è osteggiato da Michelle Bradley (Sigourney Weaver), presidente dell'impresa interessata soltanto al profitto e da Vincent Moore (il bad guy Hugh Jackman, leggermente fuori forma e non tanto brillante), ex militare esaltato e ostile che vorrebbe boicottare i robot a favore di una macchina da guerra manovrabile dall'uomo (come quasi Real Steel). A complicare il progetto di Deon interviene poi un gruppo di gangster naïf, interpretati dai membri di un gruppo rap locale (i Die Antwoord), che dopo averlo rubato e programmato, anche da lui, decidono di adottare e ad addestrare Chappie, l'umanoide intelligente (primo robot in grado di pensare e decidere autonomamente) e perfezionato che deve imparare a vivere come un bambino, che viene al mondo pieno di promesse, e che come ogni altro bambino Chappie dovrà farsi strada nel mondo con il cuore e con l'anima, tra influenze buone e cattive, per trovare la sua strada e diventare un uomo. Ma ambizioni, mire ed egoismi personali annulleranno la pace armata faticosamente conquistata sulle strade. Chappie è un robot, il primo robot capace di pensare e provare emozioni, ed è proprio per questo che in molti vorrebbero fosse l'ultimo della sua specie, in lui, alcune forze distruttive vedono un pericolo per l'intera umanità e per l'ordine sociale da distruggere prima che sia troppo tardi.
Neil Blomkamp concepisce e realizza un'opera che, sebbene ed inevitabilmente influenzata dalla letteratura del genere, è un assalto frontale. Magari a tratti sgangherato, disordinato e confusionario, con troppa roba dentro (inclusa una sprecata Sigourney Weaver in un ruolo insignificante), e "strano" (qualunque sia il senso che ognuno può dare al termine), ma vivo e vitale, pensante. Sguardo personale, personalissimo, rivolto con incoscienza e un pizzico (e più) di vivida follia a un immaginario infettato/influenzato da quei pazzoidi dei Die Antwoord, "genitori" gangsta sui generis, che ipnotizzano con i lori modi e canzoni (cantate in "bambinesco") che spiazzano e affascinano ma che irritano non poco anche come attori. Pessima la loro recitazione, lei bellissima per carità, lui rappresenta quell'atmosfera di ghetto, che osteggiano Chappie nei panni, nei gesti e nel vocabolario gergale di banditi scadenti che corrompono la lirica metafisica della sua anima, come qualunque essere umano senziente che vive nel ghetto. Chappie, robot con tratti da cartone animato (alcune parti della testa che si muovono come le nostre sopracciglia e le orecchie che rivelano i sentimenti come nei cani), è senza dubbio il personaggio più simpatico e profondamente 'umano' del film che prende coscienza di sé e della sua condizione mortale. Composto di titanio e 'acceso' da un software, scopre la sua vulnerabilità e la sua batteria a carica limitata, conducendo il film verso la favola esistenziale. Difatti il film è fantascienza che predilige nettamente il fantastico allo scientifico, una che rifiuta ogni possibile base tecnica e plausibile per spalleggiarsi con il favolistico. Favola che a questo giro ha il sopravvento sulla parabola politica. L'action impegnato cede il passo alla riflessione filosofica e si interroga sull'intelligenza artificiale, fornendo una risposta ottimista che anticipa l'emancipazione dalla carne e il ricollocamento della coscienza in una chiavetta USB.
L'idea efficace e ambiziosa è tuttavia bizzarra (rapisce ma perde energia andando avanti), sbandando tra gore e mélo, tra thriller e atmosfere ludiche da serie B. Certo, è un casino, ma non si può non amare questo film, uno dei titoli più apertamente sentimentali (e con più cuore e palle) degli ultimi anni. Perché personalmente questo film mi è piaciuto davvero, mi immaginavo qualcosa di più scontato come Automata (ancora più scontato di questo) invece la trama è decisamente non-convenzionale, parte un po lentamente poi si sviluppa in modo articolato diventando mano a mano sempre più interessante, una giusta dose di azione ed effetti ma anche una bella trama. Senza voler spoilerare penso che un finale meno "happy ending" avrebbe dato un taglio molto più riflessivo, ma nel cinema odierno pare impossibile finire con meno di "vissero tutti felici e contenti", però almeno il film esce dagli stereotipi dei fumetti e degli eroi teenager e pone, come deve fare la vera fantascienza, domande sociali e personali oltre ad offrire uno spaccato credibile di una futuribile società umana. Il film contiene alcune macroscospiche incongruenze ma mi sento di scusarle perché alla fine la visione nel suo insieme lascia un senso di soddisfazione che non provavo da un po, per un prodotto almeno quel poco diverso dagli altri da renderlo interessante. Humandroid non punta ad indignare ma ad intenerire, forse commuovere, girando dalle parti del prevedibile ma nel finale tuttavia accade qualcosa di inusuale, in un ribaltamento che ricorda moltissimo la parte migliore di District 9 emerge il cuore di un film che ci ha messo quasi tutta la sua durata per scrollarsi di dosso il desiderio di andare incontro ai gusti del pubblico ad ogni costo. Benché con il suo corpo di metallo e testa di bambino il robot Chappie somigli a molti altri androidi dal cuore tenero, nel finale Humandroid ha il coraggio di sfruttare il genere cui appartiene e gli assunti di base della propria storia per dire qualcosa di più onesto con le immagini. Un film bello ed intrigante nonché divertente. Consiglio la visione a tutti anche solo per vedere questa interpretazione della fantascienza di Neil Blomkamp. Voto: 6+

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