Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/05/2022 Qui - Con la sua opera prima da regista, Viggo Mortensen costruisce un
racconto che fa della memoria il suo punto di maggior interesse.
Muovendosi tra i caotici ricordi del suo protagonista, egli fa emergere
la complessità di certi rapporti famigliari. Insieme al quasi
contemporaneo (ma obbiettivamente migliore) The Father analizza
la
malattia
degenerativa di un genitore, ma qui il piglio è decisamente più
intimista e la diatriba tra padre e figlio è molto accentuata. Un
diverso punto di visione interessante, ma non per questo preferibile o
più incisivo. Che Falling - Storia di un padre sia un film
ambizioso
non vi sono
dubbi. Meno certezze, invece, si hanno sulla sua effettiva riuscita (non
sempre il ritmo del film si rivela all'altezza del racconto).
L'esordio di Mortensen testimonia fin da subito la sua natura di film di
poesia (in opposizione a quello di prosa), contraddistinto da un
montaggio "sensoriale" che mette in comunicazione, senza soluzione di
continuità, presente e passato. Ma, nonostante le nobili e sincere
intenzioni, il film dà la sensazione di essere un fiore bellissimo
incapace di sbocciare. E alla fine, nonostante alcune sequenze comunque
efficaci e l'ottimo apporto del cast, si rimane con l'amaro in bocca.
Voto: 5,5
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martedì 31 maggio 2022
sabato 1 giugno 2019
Animali notturni (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 01/08/2018 Qui - Personalmente non amo questi tipi di film sofisticati, criptici, che durante ma soprattutto a fine visione lasciano parecchi punti interrogativi senza una risposta sicura. Ve ne sarete forse accorti di ciò da alcune mie recensioni, da alcuni giudizi a certe pellicole simili (anche se non per tutti i suddetti casi). Sia chiaro però, Animali notturni (Nocturnal Animals), film drammatico e neo-noir del 2016 scritto, diretto e co-prodotto da Tom Ford (basato sul romanzo del 1993 di Austin Wright Tony & Susan), è un film solido, ma non è un grande film. Infatti questa pellicola, che mi ha lasciato abbastanza perplesso, anche perché pensavo meglio, vista la miriade di osanna ricevuti a destra e a manca, è una pellicola molto pretenziosa che cerca di mettere in scena, con un doppio livello narrativo, il tema della vendetta e dell'abbandono, inseguendo costantemente una profondità, in ciò che vuole narrare e veicolare, che però mai raggiunge. E in tal senso l'opera seconda del regista/stilista dopo A Single Man non pecca nel tema, sempre meritevole di interesse, ovvero le cicatrici, dolenti ancora dopo anni, causate da rapporti sentimentali finiti male, bensì nella struttura (un racconto-cornice da dramma sentimentale che racchiude come narrazione di secondo livello un revenge movie nel profondo West, con atmosfere alla Killer Joe o Non è un paese per vecchi), potenzialmente intrigante ma non priva di difetti, e nel legame troppo strombazzato tra i due livelli narrativi. L'impressione è difatti che la montagna abbia partorito il topolino: costruzione diegetica ambiziosa, grande fotografia, attori in grande spolvero, intensità dialogica, cura certosina nella messa in scena, quello che manca sono storie interessanti, approfondite, che non sappiano di già visto e stravisto. In questo senso, le due parti di cui è composta l'opera, quella reale su Susan e quella romanzesca su Tony e l'indagine del detective, vanno a pescare da bacini tematici particolarmente frequentati nel cinema hollywoodiano: la ricca donna infelice, il crimine e la violenza in scenari desolati. Non a caso la pellicola ci racconta della vita di una gallerista che va in crisi quando riceve un manoscritto da parte del suo ex-marito, la cui storia sembra essere una inquietante metafora del loro rapporto di coppia.
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venerdì 24 maggio 2019
Genius (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/05/2018 Qui - Genius (Biografico, Usa 2016): Dopo il deludente mezzo biopic "letterario" Hemingway & Gellhorn, eccone un altro, un'altra delusione, anzi di più, perché se egli aveva qualcosa da raccontare (e due personalità famose), quest'ultimo Genius (ancor più storicamente sfumato), titolo che sta ad indicare la personalità quanto mai originale, folle e talentuosa dello scrittore Thomas Wolfe (personalmente sconosciuto), ne ha ben poco, visto che il film racconta solo dell'amicizia travagliata e sul rapporto tra l'editor (Colin Firth, nei panni di Max Perkins) e lo scrittore (Jude Law, nei panni di Wolfe), e quindi sulla questione del fino a che punto il primo possa interferire nei processi creativi del secondo per ottenere un'opera commerciabile, senza stravolgerne il significato e la potenza espressiva. Il film infatti per questo è poco coinvolgente (ad una prima parte passabile ne consegue una seconda tediosa e scollegata), giacché esso non riesce mai a dare emozioni e prosegue su una narrazione piatta priva di scarti registici rilevanti. Si sente difatti che la regia è nelle mani di un regista teatrale (alla prima opera cinematografica, Michael Grandage), dove la parola prende il sopravvento a scapito della capacità di tradurre le idee in immagini catturanti. In tal senso non aiuta la lettura di interi brani di testo nella sua versione originale e degli interventi su di esso operati, un simile approccio sullo schermo cinematografico risulta infatti difficile da seguire e, inevitabilmente, noioso. Senza contare che quest'approccio teatrale condiziona la sceneggiatura e i dialoghi, entrambi decisamente troppo verbosi, ma anche la performance degli attori, in particolare quella di Jude Law, che appare costantemente troppo enfatico e sopra le righe per essere credibile (un po' come la moglie Nicole Kidman). Più convincente e misurata l'interpretazione di Colin Firth, anche se esso insieme ad una buona scenografia e fotografia non basta a non giudicarla come una semplice pellicola di maniera, interessante (tuttavia solo per chi ama la letteratura) per il suo contenuto ma nulla di più. Proprio perché la vicenda (di cui forse non c'era neanche bisogno di raccontare o al massimo certamente in modo diverso), è raccontata senza guizzi, in maniera troppo classica e poco originale. Certo si muove e si scuote nella seconda parte (soprattutto per il carattere burbero dello scrittore e del suo tragico epilogo) ma complessivamente è un soufflé che non monta mai. Voto: 4,5
martedì 21 maggio 2019
The Dinner (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 26/04/2018 Qui - The Dinner (Drammatico, Usa 2017): Non è la prima volta che gli americani riescono a rendere indecorosa un'opera, ma è forse la prima volta che il remake italiano supera quello hollywoodiano. Certo, non che il secondo adattamento del romanzo La cena (Het Diner) di Herman Koch, ovvero quel I nostri ragazzi di Ivano De Matteo fosse proprio eccezionale, tuttavia al contrario di questo The Dinner, scritto e diretto da Oren Moverman, aveva però un epilogo (seppur in entrambi i casi ugualmente brusco) netto e riconoscibile. Ma non è solo per questo motivo che delle tre versioni, quella italiana è nettamente la migliore. Questo terzo adattamento infatti, è un film frammentario, logorroico, asfittico, lentissimo, pasticciato, ampolloso, che, della traccia letteraria (e filmica) originale, conserva soltanto la scansione della cena per portate, aggiungendovi tuttavia una sotto-trama ridicola dove il conflitto tra due fratelli è la sineddoche della guerra di secessione americana, il segno di un ineliminabile peccato originale. L'impianto narrativo (che aggiunge forse imprudentemente la coloritura politica e storica ed introduce un tema un po' sviante, ovvero i disturbi psichici, peraltro tutti aspetti che tendono a depotenziare non solo i dilemmi etici e morali della storia ma anche la sua tenuta) è, appunto, la cena in un ristorante esclusivo dove due fratelli (un senatore, impersonato non eccellentemente da Richard Gere) e un insegnante di liceo con conclamati problemi psichiatrici (un irricevibile Steve Coogan) si incontrano, insieme alle rispettive mogli (Laura Linney e Rebecca Hall), per discutere (e tutti avranno idee diverse sul come gestire la situazione) sul da farsi in merito alla bravata che i loro figli hanno compiuto ai danni di una clochard, vicenda finita in tragedia. Tutto moralmente interessante, anche se scontato come il messaggio che spesso dietro la coltre ipocritamente ineccepibile della colta e ricca classe borghese si nascondono dei veri e propri mostri, perciò, ma il gioco al massacro in cui i protagonisti scivolano inesorabilmente, è logorante anche per gli spettatori, perché il film (alquanto mediocre), che si spegne con un finale brusco e troppo sospeso ed enigmatico (che sembra un improvviso strappo di pellicola, la beffa conclusiva), dopo aver messo, non solo metaforicamente, troppa carne al fuoco, risulta decisamente pesante. Difatti, dallo svolgimento narrativo ai deliri semi-onirici, passando per i siparietti grotteschi con la presentazione delle vivande e la fastidiosa voce over, fino alla poca "cordialità" del piccolo viziato piromane al quale vorresti riempire la faccia di schiaffi, non c'è un solo elemento che funzioni. Ne la regia, in tal senso ho fatto bene ad evitare di vedere Gli invisibili dello stesso regista, ne la recitazione, decisamente mediocre malgrado la presenza di illustri attori. Voto: 4,5
domenica 10 marzo 2019
Sully (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 17/05/2017 Qui - Quando si sta per vedere un film di Clint Eastwood significa che si assisterà ad un grandissimo film, perché lui è uomo di cinema, anzi, è probabilmente lui il cinema, dato che ogni suo film rimane nella mente dello spettatore per lungo tempo, studia ogni particolare, che al pubblico può sfuggire ma importante per la completezza del film, ogni soggetto lui lo vive sicuramente nella sua mente immagina come sarà il film prima di scriverlo, come del resto anche altri registi di un certo livello, perché nella sua mente la trama lo deve emozionare, non esiste una scena inutile, in gergo di riempimento, nulla si può cambiare in corsa per qualche difficoltà logistica, deve essere come lui lo immagina. Se la trama è storia vera come in Sully (film del 2016 co-prodotto e diretto dal grande regista), studia alla perfezione tutte le testimonianze, entra nella mentalità delle persone riuscendo a percepire ogni emozione, scavando nel profondo dell'essere. E ancora una volta ci fa rivivere un scorcio di vita di un eroe martoriato dalla burocrazia, i suoi eroi sono quelli veri, reali, decisionali al momento giusto, responsabili di ciò che decidono, mettendo in luce la loro vita e soprattutto ciò che sono e quanto valgono, in questo film viene evidenziata la solita contraddizione Americana, prima eroe poi cialtrone è nuovamente eroe, ma comunque un America umana, che sa giudicare, che riconosce i propri errori. Poiché ciò che può sembrare banale in questo film (e purtroppo non lo è) è il concetto che sta alla base, ovvero può essere messo in discussione un pilota che è riuscito in un impresa più che miracolosa? Ebbene la commissione d'inchiesta solleva e sussurra malevola questo dubbio che sarà al centro della pellicola. Pellicola che, se ancora non sapete, racconta quello che successe pochi anni fa, ovvero il 15 gennaio 2009, quando il mondo intero è testimone del "miracolo sull'Hudson", cioè quando il capitano Sully Sullenberger plana con il suo aereo in avaria sulle acque gelide del fiume Hudson, salvando la vita dei 155 passeggeri a bordo. Tuttavia, nonostante Sully venga acclamato come eroe dall'opinione pubblica e dai mass media per la sua impresa senza precedenti nel mondo dell'aviazione, un'indagine rischia di distruggere per sempre la sua reputazione e la sua carriera.
sabato 9 marzo 2019
Tartarughe Ninja: Fuori dall'ombra (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 13/05/2017 Qui - Dopo il più che sufficiente primo capitolo (di cui ho già parlato, insieme a tante cose, tempo fa qui), che ha di fatto segnato il riavvio della serie cinematografica basata sui celebri fumetti delle Tartarughe Ninja di Kevin Eastman e Peter Laird, i quattro amici verdi sono tornati, con un seguito che si prometteva di essere ancora più fedele al glorioso passato, ed è stato così, almeno in parte. Il pregio più grande di questa nuova saga è, difatti, senza dubbio la volontà di proporre la mitologia originale del franchise in maniera scanzonata, similmente a quanto fatto con quella di Transformers (paragone giustificato dal fatto che il film è nuovamente prodotto da Michael Bay), senza ricercare o inseguire necessariamente lo stile serioso di altri prodotti simili e ben più 'dark'. Per questo Tartarughe Ninja: Fuori dall'ombra (Teenage Mutant Ninja Turtles: Out of the Shadows), film del 2016 diretto da Dave Green, è un film (in live action) sorprendente e di gran lunga superiore al primo. Certo, dopo le critiche discordanti ricevute dal primo capitolo nel 2014, era difficile ipotizzare qualcosa di peggio (sta di fatto che anche quest'ultimo non ha riscosso molto successo), ma sarà stato il cambio di regista (al posto di Jonathan Liebesman, troviamo il regista statunitense Dave Green che, prima di questo aveva diretto un solo film "Earth to echo", però pur non avendo una lunga carriera alle spalle se l'è cavata più che discretamente creando scene notevoli), sarà un po' più di impegno nello stendere la sceneggiatura, il film decolla molto meglio del suo predecessore, da tutti i punti di vista. L'azione è più ricercata, le battute più divertenti e il ritmo è serrato al punto giusto, nonostante la trama sia come sempre un po' scontata.
martedì 19 febbraio 2019
Mr. Holmes: Il mistero del caso irrisolto (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/01/2017 Qui - Partiamo subito da un dettaglio importante, Mr. Holmes: Il mistero del caso irrisolto (Mr. Holmes), film del 2015 diretto da Bill Condon e interpretato da Ian McKellen nel ruolo del famoso investigatore Sherlock Holmes, adattamento cinematografico del libro di Mitch Cullin intitolato A Slight Trick of the Mind, pubblicato nel 2005, non è un film giallo. Il titolo in italiano infatti non rispecchia quella che è poi la trama del film in quanto richiama quasi un thriller mentre è decisamente un drammatico. Il titolo esatto è soltanto Mr. Holmes. Sherlock, l'investigatore più famoso del mondo, difatti non esiste più, si è ritirato da decenni in una residenza in campagna dopo aver sbagliato l'esito della sua ultima indagine, purtroppo con risvolti fatali. Tutto qui "il giallo metaforico" del film. Il vero "giallo" è la vita, nella sua complessità di sentimenti ed emozioni. La vita, che non ha mai un vero perché, dove nessuno troverà mai il vero significato se non si interroga veramente da dentro, siamo tutti soli e tutti abbiamo bisogno di amore, ma spesso ce ne dimentichiamo e diamo ragione alle apparenze, cerchiamo misteri dove non ce ne sono e diamo la colpa agli altri delle nostre manchevolezze. In mezzo al frastuono della quotidianità, Mr. Holmes si è ritirato accompagnato sempre dalla sua grande intelligenza ed intuito a vivere fra le api, portatrici di vita e di lavoro, innocui ed innocenti creature, ed ha chiuso fuori il male dalla sua esistenza, dimenticandosi che esiste e dimenticandosi le cose, dandone colpa all'età avanzata, in attesa della morte. Ma la vita non ha ancora concluso, con Mr. Holmes e gli chiede di cominciare a vivere veramente ed a capire che il Male nasce dal far finta che non esista.
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