Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/11/2021 Qui - Un buonissimo cast e un soggetto originale erano le premesse di una
visione stimolante, e invece tutto si perde nei meandri di una storia
piatta, senza grinta. Eppure il film meriterebbe di essere guardato,
soprattutto nel caso in cui si vuol passare una serata rilassante, con
un thriller psicologico che non mette ansia. È infatti un film che non
indulge nella violenza oltre lo stretto necessario, e che crea la
tensione e l'azione che servono senza spingersi troppo oltre. Qual è il
limite di questo film? Il promettere (appunto) più di quanto riesca a
mantenere. Vi sono, difatti, evidenti limiti di sceneggiatura. Tutta la
narrazione si svolge sul doppio registro di ciò che appare rispetto a
ciò che davvero è. Purtroppo, la costruzione del racconto e la
psicologia dei personaggi non rende onore all'intuizione iniziale che
avrebbe potuto portare il film (diretto comunque bene da Vaughn Stein)
su binari assai coinvolgenti. I colpi di scena comunque ci sono, e
alcune idee narrative sono anche piuttosto interessanti, ma il film nel
suo complesso non colpisce come vorrebbe. Casey Affleck e Michelle Monaghan faticano ad emozionare lo spettatore, Sam Claflin riesce però a dare vita ad un villain sottilmente inquietante. Voto: 5+
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martedì 30 novembre 2021
venerdì 14 agosto 2020
Light of My Life (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/08/2020 Qui - Impegnato anche come regista, per la prima volta in un film di pura narrazione (l'esordio vero in regia avvenne alcuni anni fa con il genere documentario), Casey Affleck si prodiga anima e corpo nella realizzazione di una pellicola apocalittica dalle tematiche già ampiamente sviluppate in precedenza (basti ricordare The road o I figli degli uomini), aggrappandosi stavolta alla singolare variante dello sterminio femminile. Ma soprattutto concentrandosi sul profondo legame affettivo che unisce un padre alla adorata figlia (qui nel suo personale coming of age), ed i due assieme al ricordo doloroso ma anche salvifico, di una madre che (interpretata da Elisabeth Moss), pur vittima degli implacabili eventi, è pur sempre in grado di guidarli e dar loro fiducia tramite la potenza del ricordo. Il film si fa apprezzare soprattutto per l'intensità che contraddistingue la costruzione intima dei due affiatati protagonisti (Casey Affleck e la debuttante Anna Pniowsky risultano convincenti nei rispettivi ruoli di padre e figlia, oltretutto cercano di colmare, non sempre riuscendoci, qualche buco di trama), nonché per le apprezzabili ambientazioni cupe delle fredde zone montane in cui i due coraggiosi ed affiatati superstiti della famiglia felice che fu, si ritrovano a percorrere e ad affrontare. Elementi non da poco che aiutano un po' a dimenticare certe consuetudini ormai sin troppo viste e trite, che risultano inevitabilmente scontate (minacce esterne, personaggi enigmatici che ben celano il lato mostruoso che li muove), affrontate chissà quante volte nei molti disaster movie che hanno preceduto questa pellicola, parimenti incentrati su un imbarbarimento sociale da catastrofe senza controllo. Alcune scelte registiche sono più convincenti di altre (il ritmo non è sempre costantemente fluido), in alcuni momenti poteva osare di più, ma nel complesso buon film. Certo, le quasi due ore di Light of my life forse sono eccessive ma è un viaggio "d'amore" interessante, pericoloso, devastante nell'anima, riuscito. Voto: 6,5
mercoledì 5 agosto 2020
A Ghost Story (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 05/08/2020 Qui - Dalla Storia di un fantasma alla storia universale. Coraggioso il regista e sceneggiatore David Lowery (autore del sottovalutato Il drago invisibile e del bel Old Man & the Gun), il quale prende come premessa il topos narrativo estremamente abusato della coppia spezzata da una morte improvvisa e ne ricava un'interessante riflessione sul senso della sofferenza, del lutto, e su molto altro. Scegliendo un curioso formato di schermo (quadrato e con gli angoli arrotondati), quasi fosse un album di fotografie di un tempo che fu, il regista racconta per immagini, e con pochissimi dialoghi (e, va detto, con piani-sequenza da cinema d'autore e una lentezza quasi esasperante), una storia di fantasmi che non entra mai nel genere horror, nemmeno da lontano (anche se dell'horror utilizza l'archetipo più infantile che ci sia, cioè il classico lenzuolo con due fori all'altezza degli occhi, una idea che sulla carta può sembrare ridicola ma che nel film funziona), ed è piuttosto storia/film sull'incomunicabilità dell'amore (i due protagonisti sembrano non riuscirsi a parlare anche nelle poche scene dove li vediamo) e incomunicabile è il dolore e la rabbia e l'amore una volta che il fantasma entra in scena (bella e straziante la scena dove lei lascia la casa con lui che impotente la guarda andare via dalla finestra, senza poter far nulla). Ma il film del regista americano è anche e soprattutto un film sul tempo, l'immensità cosmica del suo trascorrere e dell'insignificanza umana rispetto alla totalità di esso. Un concetto assolutizzante e nichilista chiarito dal discorso nichilista durante la festa e dal ciclico ritorno del tempo. Lo spettatore deve subire i ritmi lenti e ragionati del regista (movimenti di macchina ridotti all'osso, verrebbe da dire "macchina fantasma") ma viene messo (anche grazie alle musiche azzeccate per il tipo di mood che si vuole trasmettere) le condizioni emozionali di partecipare a questa storia d'amore che finita sembra continuare per la presenza del fantasma. E spesso il regista ci fa guardare le cose attraverso la soggettiva dello spirito e ci rende partecipi del suo dolo inesplicabile. Detto ciò, non si può chiudere un occhio sull'eccessiva pesantezza della prima parte di film che, seppure si giustifichi concettualmente, dà solo l'impressione di vedere Casey Affleck (comunque sottotono) e Rooney Mara sprecati. Ma al di ciò, bel film è questo, un film intelligente che, rappresentando in una chiave originale problemi filosofici desueti, spinge a porci delle domande che non hanno risposta. Un film minimalista e suggestivo da vedere quindi, soprattutto se volete "altro", e non importa che nel genere horror questo film, comunque inclassificabile in una categoria di genere, non dovrebbe stare (men che meno in questa piccola "festa"), Storia di un fantasma è cinema, nulla gli importa dell'intrattenimento, va visto. Voto: 7
martedì 17 marzo 2020
Old Man & the Gun (2018)
Titolo Originale: The Old Man & the Gun
Anno e Nazione: USA 2018
Genere: Drammatico, Biografico
Produttore: James D. Stern, Dawn Ostroff, Jeremy Steckler, Robert Redford
Anthony Mastromauro, Toby Halbrooks, James Johnston, Bill Holderman
Anthony Mastromauro, Toby Halbrooks, James Johnston, Bill Holderman
Regia: David Lowery
Sceneggiatura: David Lowery
Cast: Robert Redford, Casey Affleck, Sissy Spacek, Danny Glover, Tom Waits
Tika Sumpter, Elisabeth Moss, Ari Elizabeth Johnson, Teagan Johnson
Robert Longstreet, Gene Jones, Isiah Whitlock Jr., Keith Carradine
John David Washington, Augustine Frizzell, Barlow Jacobs
Tika Sumpter, Elisabeth Moss, Ari Elizabeth Johnson, Teagan Johnson
Robert Longstreet, Gene Jones, Isiah Whitlock Jr., Keith Carradine
John David Washington, Augustine Frizzell, Barlow Jacobs
Durata: 88 minuti
Robert Redford, Casey Affleck e Sissy Spacek nella biografia del criminale "gentiluomo" Forrest Tucker.
Un anziano rapinatore di banche conosce una vedova, che inizia a frequentare. Mentre la polizia gli dà la caccia.
Labels:
Casey Affleck,
Danny Glover,
Elisabeth Moss,
Film biografico,
Film drammatico,
Gene Jones,
Isiah Whitlock Jr.,
John David Washington,
Robert Redford,
Sissy Spacek,
Tika Sumpter,
Tom Waits
giovedì 30 maggio 2019
Manchester by the Sea (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/07/2018 Qui - Con la stagione cinematografica 2016 (non discosta tanto anche quella successiva) ebbi già l'intuizione che poteva essere una di quelle da non dimenticare, basti solo vedere i film candidati agli Oscar 2017 per accorgersene, perché a parte alcune piccole delusioni, tanti sono i film che mi sono piaciuti tanto, e tra questi, tra i candidati e poi vincitori di almeno un premio, fa la sua comparsa, e meritatamente dopo averlo visto, anche il bellissimo Manchester by the Sea, film del 2016 scritto e diretto da Kenneth Lonergan. Il film infatti, un film semplice ma unico nel suo genere, che riesce a scavarsi una via di emozioni e sentimenti nella pelle degli spettatori, catturandoli al suo interno, convincendoli ed emozionandoli del dramma umano che si consuma sullo schermo, è una perla di rara fattura e sensibilità. Difatti questo racconto pieno di tensione che evita abilmente il mero sentimentalismo per concentrarsi su una assai penetrante intuizione emotiva e per analizzare profondamente le relazioni umane, riesce elegantemente a farsi largo tra prodotti simili. Poiché il regista affronta una realtà drammatica in maniera assolutamente originale e in alcuni momenti riesce abilmente a venarla di umorismo. Tanto che risulta quanto mai evidente l'intenzione di spazzare via qualunque scontato e semplicistico patetismo in favore di un approccio autentico e a tratti persino crudo. Non a caso il film di Kenneth Lonegarn (conosciuto più come sceneggiatore che regista, qui alla terza regia dopo gli abbastanza anonimi Conta su di me e Margaret, infatti ha scritto ottimi film come Gangs of New York di Martin Scorsese e i divertentissimi Terapia e Pallottole e Un Boss Sotto Stress) ci mette di fronte al senso di solitudine di un uomo sconfitto dalla vita attraverso un linguaggio filmico scarno, fatto di pochi e brevi dialoghi, intensi primi piani ed una fotografia che privilegia i colori freddi. Questo perché Manchester by the Sea (in cui è bello rivedere, anche solo per 5 minuti, attori cult come Matthew Broderick) non è la classica storia hollywoodiana di un eroico riscatto: è una storia che parla della reale inadeguatezza umana di fronte alle sfide insormontabili che a volte, in modo crudelmente improvviso e incomprensibile, la vita presenta. Piccoli uomini con piccole ambizioni e piccole risorse rispondono a queste sfide come possono.
giovedì 14 marzo 2019
Codice 999 (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 05/06/2017 Qui - Di noir buoni è sempre più raro vederne, negli ultimi anni ricordo Sicario, davvero fantastico, di polizieschi anche meno, ma Codice 999 (Triple 9), film del 2016 diretto da John Hillcoat, è probabilmente uno dei polizieschi più belli, violenti e profondi degli ultimi anni, un ottimo film di genere ben realizzato e girato che tiene lo spettatore ben presente lungo tutti i suoi cento minuti di durata. Questo perché la trama (di cui a breve parlerò) è buona (anche se parrebbe alquanto incredibile), ma soprattutto riesce a condensare dentro di essa sia gli elementi investigativi sia il gangster movie sia una serie di apprezzabili inseguimenti. Il tutto infarcito di una interessante e discreta caratterizzazione dei personaggi. La pellicola inoltre si avvale di un cast di prim'ordine, almeno una decina di nomi conosciuti e alquanto famosi, anche se spiccano per forza di cose, anzi premi, Casey Affleck, Woody Harrelson e un'algida e "quasi" perfetta (per via del doppiaggio e non solo lei) Kate Winslet nel ruolo per lei davvero inedito di boss della malavita. Difatti è proprio lei il motore della vicenda, quella di una squadra di rapinatori, composta per la metà da poliziotti corrotti, che mette a segno una rapina spettacolare per conto proprio della mafia ebreo-russa (che credo mai di aver visto in altri film) di stanza ad Atlanta e guidata infatti da una zarina (davvero irriconoscibile) di indicibile crudeltà. E quando quest'ultima decide di alzare la posta, chiedendo ai rapinatori di impossessarsi di alcuni file chiusi in un caveau super allarmato, ai ricattati non rimane che inscenare un codice 999, quello che si usa quando un poliziotto rimane a terra e che ineluttabilmente fa convergere sul posto tutte le squadre della mobile (manco fosse un attentato), creando il via libera alla fuga. Ma gli eventi vanno in maniera diversa dal previsto e nessuno ne uscirà davvero vincitore.
Labels:
Aaron Paul,
Anthony Mackie,
Casey Affleck,
Chiwetel Ejiofor,
Clifton Collins Jr.,
Film poliziesco,
Gal Gadot,
Kate Winslet,
Noir,
Norman Reedus,
Teresa Palmer,
Thriller drammatico,
Woody Harrelson
sabato 9 marzo 2019
L'ultima tempesta (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 03/05/2017 Qui - L'ultima tempesta (The Finest Hours), film del 2016 diretto da Craig Gillespie, che si immerge (è proprio il caso di dirlo) nella storia realmente accaduta dell'impresa strepitosa compiuta da una motovedetta della guardia costiera che nel 1952 trasse in salvo l'equipaggio della petroliera Pendetlon spezzatasi a metà durante un'abnorme tempesta, racconta infatti di un adrenalinico quanto eroico salvataggio in mare, un salvataggio ben congegnato e visivamente validamente rappresentato, che però viene svilito e affossato dalla parallela fuorviante edulcorata rappresentazione di una società americana tutta sospiri e buoni sentimenti (la colpa sarà mica della Disney che produce il film?), banalità e semplificazioni puerili inaccettabili che compromettono un risultato altrimenti decoroso. In ogni caso, protagonista del film è Chris Pine, che per l'occasione sfoggia un taglio di capelli alla playmobil, il quale interpreta con un po' troppe smorfiette Bernie Webber, comandante della navetta responsabile dell'eroica impresa, al fianco del quale si trova il suo aiutante Livesey, interpretato da uno stranamente pacato Ben Foster. Dall'altro lato del mare invece le sorti di quel che resta della petroliera sono affidate all'esperto ufficiale Sybert (Casey Affleck, fresco vincitore di un Oscar, qui un po' svogliato) che tenterà in tutti i modi di limitare i danni in attesa di soccorso. Il film infatti gioca sul doppio registro narrativo, alternando in fase di montaggio le sorti dei due capitani/ufficiali, entrambi in balia di un mare famelico e digitalmente ricostruito discretamente. Le sequenze in mare (in realtà quasi tutte) sono difatti rese egregiamente, grazie anche alla bravura del regista.
Labels:
Avventura epica,
Ben Foster,
Casey Affleck,
Chris Pine,
Craig Gillespie,
Disaster Movie,
Disney,
Eric Bana,
Film biografico,
Film drammatico,
Graham McTavish,
Holliday Grainger,
John Ortiz,
Rachel Brosnahan
venerdì 21 settembre 2018
Il fuoco della vendetta (2013)
Mini recensione pubblicata su Pietro Saba World il 04/09/2015 Qui - Il fuoco della vendetta (USA, 2013): Russell (Christian Bale) e il fratello minore Rodney (Casey Affleck) vivono nella zona economicamente depressa della Rust Belt. Da sempre sognano di scappare e di trovare una vita migliore ma, quando uno scherzo del destino porta Russell in carcere, Rodney viene attirato in uno dei giri criminali più violenti e spietati del Nordest degli Stati Uniti. Una volta rilasciato, Russell dovrà scegliere tra la propria libertà o il rischiare tutto e ottenere giustizia per il fratello. Un film riuscito, dalla confezione estetica di struggente e malinconica bellezza. ma non si distingue per originalità né della narrazione né della messinscena. Out of the Furnace è un film di intensa atmosfera, creata attraverso un uso sapiente delle luci, della fotografia livida, delle ambientazioni desolate in una cittadina industriale di quelle che toglierebbero a chiunque la poesia (e proprio per questo hanno una loro poesia disperata). E a dispetto del titolo (che significa "fuori dalla fornace" e fa riferimento all'acciaieria, cuore pulsante della cittadina e strumento di sopravvivenza per l'intera comunità), racconta i suoi personaggi, nessuno escluso, come immersi in un inferno incandescente dal quale è difficile uscire vivi. Complessivamente si tratta di un prodotto mediocre, senza infamia e senza lode, anche se indubbiamente supportato da validissime interpretazioni di Bale, Harrelson e Affleck. Ben confezionato (con DiCaprio come produttore esecutivo) ma non incisivo. Voto: 6
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