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mercoledì 31 gennaio 2024

Hometown - La strada dei ricordi (2021)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/01/2024 Qui - Il regista Roman Polanski ed il fotografo Ryszard Horowitz (amici di lunghissima data) si rivedono a Cracovia, cinquant'anni dopo aver lasciato la Polonia. L'occasione è propizia per dare spazio ai ricordi, anche quelli di un'infanzia segnata (seppure in modo diverso, Polanski non finì nei campi, Horowitz sì) dalla tragedia della persecuzione nazista. Il tema è di quelli importanti, eppure non mancano momenti lievi nonché poetici e di speranza. La regia è praticamente "invisibile" e ciò è più che meritorio. Si lascia spazio ai due amici che in più di un'occasione si emozionano e fanno emozionare. Un film che è contemporaneamente documento e storia, la cui sceneggiatura sono appunto i ricordi di entrambi separati dalle loro evidenti differenze caratteriali. Si piange, si riflette e qua e là c'è perfino il posto per qualche sana risata, per un film indubbiamente riuscito e da vedere. Voto: 7 [Sky]

sabato 27 febbraio 2021

Lezioni di persiano (2020)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/02/2021 Qui - Che cosa sareste disposti a fare pur di salvarvi la vita? Un ebreo catturato dall'esercito tedesco e diretto verso morte certa s'inventerebbe una lingua per far colpo su un'ufficiale che il persiano vuole imparare. Ennesima storia ispirata a uno dei momenti più bassi raggiunti dalla razza umana, Lezioni di persiano è ispirato a fatti realmente accaduti e riesce a fornire un'ulteriore chiave di lettura di un fatto storico ormai sviscerato in ogni suo aspetto. L'espediente di Gilles, i dubbi dei soldati e del capitano tedesco, la difficoltà di inventare e soprattutto ricordare le parole, contribuiscono a mantenere alto il livello della tensione per buona parte del film. L'eccessiva lunghezza e il fatto che, a un certo punto, le dinamiche si consolidino, fanno perdere parte dell'emotività, anche se obiettivamente quella accumulata nella prima parte basta e avanza. Senza attori particolarmente noti (a parte Lars Eidinger), Lezioni di persiano si appoggia comunque su interpretazioni solide (in primis su quella equilibrata e disperata in parti uguali di Nahuel Pérez Biscayart, co-protagonista nel film 120 battiti al minuto del 2017). Il regista Vadim Perelman (ucraino naturalizzato canadese noto per il suo esordio con La casa di sabbia e nebbia, film del 2003 con Jennifer Connelly) vola basso, limitandosi a mettersi al servizio della storia, che è poi il cardine attorno a cui il film ruota e che lo rende interessante e meritevole di una visione, e questo nonostante le forzature (sul fronte della credibilità) e gli sviluppi poco approfonditi dei personaggi. Voto: 6

martedì 2 luglio 2019

Un sacchetto di biglie (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 25/02/2019 Qui - A nemmeno un mese dal Giorno della Memoria, giorno (quello dopo) in cui ho visionato e recensito La signora dello zoo di Varsavia con Jessica Chastain, eccomi nuovamente a parlare di quella tragedia immensa, grazie ad uno dei film andati in onda in prima visione su Sky Cinema lo scorso Gennaio, un film che riesce a essere toccante soprattutto grazie alle performance dei sue giovani protagonisti, anche se esaspera i momenti di più facile commozione, ma che risulta prevedibile ed infantile. Perché ci sono tante prospettive per raccontare un avvenimento cruciale per l'umanità intera come l'olocausto, Christian Duguay però, regista e co-sceneggiatore di Un sacchetto di biglie (Un sac de billes), film del 2017 diretto dal regista canadese (già regista della miniserie Il giovane Hitler e del campione di incassi transalpino Belle & Sebastien - L'avventura continua), ha deciso di adottarne, seppur non scarna comunque di significato, una fanciullesca e forse ingenua (più di quella avventura per ragazzi del 2015). È infatti difficile rintracciare in questo film quegli spunti universali che il regista avrebbe voluto molto probabilmente ottenere. La possibilità di raccontare quello che è successo ieri per parlare anche di oggi è difatti limitata da uno stile molto tradizionale di racconto: Un sacchetto di biglie non aggiunge niente a quanto si è già visto o letto riguardo alla Shoah, perché sceglie di incanalarsi in quei binari sicuri di racconto già ampiamente solcati. E questo è un peccato, perché l'Olocausto è un argomento sempre denso di significato, che merita approcci che non lo banalizzino (seppur in buona fede). La linearità del racconto e l'assenza di guizzi registici rende infatti Un sacchetto di biglie un film adatto esclusivamente a un pubblico di bambini. Un'opera a scopo divulgativo (più un avventura che un racconto di grande intensità drammaturgica) che si accontenta di stare nel suo, facendolo anche bene, ma che con un po' di coraggio e inventiva in più avrebbe potuto essere accattivante per un pubblico molto più ampio.

martedì 25 giugno 2019

Il film della Memoria: La signora dello zoo di Varsavia (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 28/01/2019 Qui - Si è sempre detto, anzi, è sempre stato così, che la guerra non risparmia niente e nessuno, né i bambini, né i vecchi, né i più deboli in generale, ora si scopre anche che, a soffrire dai crimini perpetrati dai nazisti (in tempo di guerra) ci son stati gli animali, oltre ovviamente a milioni di ebrei. Non a caso, tratto da una storia vera, La Signora dello Zoo di Varsavia (The Zookeeper's Wife), film del 2017 diretto da Niki Caro, racconta uno dei tanti episodi avvenuti nel corso della Seconda Guerra Mondiale legati alla persecuzione del popolo ebreo, solo che insieme a loro il film ci rende partecipi di una storia (sicuramente romanzata ma comunque molto interessante ai fini storici perché innanzitutto, fa conoscere una delle pagine terribili ed ancora poco conosciute del conflitto mondiale) che è un racconto di eroismo civile in tempo di guerra, e insieme una dichiarazione d'amore per la natura e gli animali. Il film infatti, un film che, pur aderendo alle principali caratteristiche dei numerosi lungometraggi sull'Olocausto ebreo, veicola un messaggio di speranza per la redenzione dell'umanità, che diventa possibile anche nelle situazioni più estreme, un film ispirato alla storia vera di Antonina Żabińska e di suo marito e soprattutto al romanzo Gli ebrei dello zoo di Varsavia di Diane Ackerman (che ha svelato al mondo il coraggio di questa coppia, inserita a ragione nel giardino dei Giusti dello Yad Vashem di Gerusalemme), si concentra sulle atrocità compiute dai nazisti e sul coraggio della protagonista e della sua famiglia di ribellarsi, mettendo in pericolo la loro stessa vita, per salvare non solo il loro piccolo Zoo ma anche centinaia di ebrei. I due difatti, proprietari dello zoo di Varsavia vedono le loro vite e la loro attività cambiare drasticamente durante l'invasione nazista. Lo zoo viene distrutto, la maggior parte dei bellissimi animali viene ucciso e successivamente anche i pochi superstiti abbattuti. La famiglia inoltre vede quel luogo verde e accogliente diventare una postazione per i militari tedeschi e allora decidono di escogitare un piano per aiutare le famiglie ebraiche che da lì a poco inizieranno ad essere brutalmente perseguitate. In pieno spirito di solidarietà i due decidono di adibire la parte sotterranea dello zoo a rifugio per alcune famiglie ebraiche, riuscendo così a salvarli dal ghetto e dalla persecuzione. Inizialmente solo poche decine di persone, amici di famiglia ma poi intere famiglie, spesso con bambini piccoli, riuscirono a salvarsi dalla furia nazista trovando rifugio nello zoo.

lunedì 29 aprile 2019

Il film della Memoria: Naked among wolves - Il bambino nella valigia (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/01/2018 Qui - Per il terzo anno consecutivo, anche se in verità ogni anno (come già detto nelle precedenti due occasioni) dai tempi della scuola ne ho sempre visto uno, mi ritrovo oggi a parlarvi di un film che ho visto durante Il Giorno della Memoria, e di cui non credo ci sia bisogno di spiegare cosa sia. Sono passati tanti anni infatti da quando le Nazione Unite istituirono, questa giornata e la data del 27 Gennaio, scelta perché in quel giorno, nel 1945, avvenne la liberazione da parte dell'Armata Rossa del campo di sterminio di Auschwitz, per commemorare tutte le vittime dell'Olocausto e della Shoah, con la speranza che il ricordo di tali atrocità aiutino l'uomo a non commetterle più in futuro. Ed è questo ovviamente il motivo per cui ogni anno l'industria cinematografica si mette all'opera per produrre sempre nuovi film, affinché il ricordo resti vivo sempre. E quindi quest'anno, poiché nonostante Sky e la sua settimana della Memoria, in cui però nessun film in prima visione è stato mandato, e poiché Il labirinto del silenzio, andato in onda sulla Rai, avevo già visto l'anno scorso insieme ad altri tre (anche se dopo un mese), ho optato per l'appunto per Naked among wolves: Il bambino nella valigia (andato in onda su Iris), adattamento del 2015 di un romanzo di Bruno Apitz (dal titolo originale Nackt unter Wölfen) e remake di un film tedesco omonimo del 1963 di Frank Beyer. Un film in cui, ancora una volta, dopo il bellissimo Corri ragazzo corri del 2013, e dopo lo scioccante ma toccante racconto intimista de Il figlio di Saul, è coinvolto un bambino, e si sa, quando in certi eventi tragici viene coinvolto un bambino l'emozione è assicurata. Anche se quello che manca al film in questione, bello e interessante da vedere, è proprio l'intensità e profondità di altre pellicole, perché certamente ci si emoziona, ma non in grande quantità. Comunque non per questo il racconto non appassiona e coinvolge, anche perché la storia (di impianto altresì storico/documentaristico) è discretamente toccante e ci sono alcune scene di grande impatto visivo.

venerdì 1 marzo 2019

Il labirinto del silenzio (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 02/03/2017 Qui - Norimberga fu un processo istituito dagli alleati contro i criminali nazisti, cioè stranieri vincitori che giudicano un paese sconfitto. In questo caso, Il labirinto del silenzio (Im Labyrinth des Schweigens), film del 2014 diretto da Giulio Ricciarelli, presentato in anteprima al Toronto International Film Festival, selezionato per rappresentare la Germania ai premi Oscar 2016 per il miglior film straniero, (non riuscendo però ad entrare nella cinquina dei candidati), non solo cerca di togliere il velo di omertà del popolo tedesco, ma tratta di uno dei più grandi processi della storia tedesca del dopoguerra, forse il più importante dopo quello a Eichmann, segno che in Germania cercano di fare i conti con il loro passato. E' la Germania stessa difatti che processa quei criminali che una colpevole rimozione del passato recente li ha ricondotti ad una vita normale dopo aver appeso la divisa delle SS dentro l'armadio. E' giusto insomma dimenticare le atroci colpe di un popolo per ricominciare una nuova vita o la memoria e la ricerca della verità devono essere superiori a tutto? È il dramma della Germania post-nazista che si trova a dover convivere con le colpe di moltissimi uomini comuni legati nel caso del film ai massacri di Auschwitz. Tutti sono stati nazisti e così riemergono prepotentemente le parole della Arendt sulla banalità del male (condivisibili per tutti i film qui presenti) e su come uomini apparentemente normali abbiano potuto compiere azioni così spregevoli. E il film mostra seppur in modo schematico e con un protagonista non sempre all'altezza questa situazione fino al processo che condannerà i boia di Auschwitz. È un processo vero che per la Germania è stato più importante di quello di Norimberga perché per la prima volta un paese ha deciso di guardare dentro la sua anima, condannare i propri figli e non mentire alle nuove generazioni. La nuova generazione, rappresentata dal giovane magistrato, che deve processare quella vecchia trascinata nella follia nazista e partorito gli orrori dei campi di concentramento.

The Eichmann Show: Il processo del secolo (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 02/03/2017 Qui - Il processo Eichmann fu uno dei pochi a definirsi giustamente "processo del secolo". L'obiettivo non era soltanto giudicare un uomo dei suoi crimini ma di far esporre al più vasto pubblico possibile la portata di tale crimini. Oltre a questo, la narrazione pone l'accento sull'atipico duello che si crea fra il mezzo televisivo ed Eichmann stesso. Sì perché The Eichmann Show: Il processo del secolo (The Eichmann Show), film per la televisione del 2015 commissionato dalla BBC e diretto da Paul Andrew Williams, che ha la particolarità di mostrare il dietro alle quinte della trasmissione (anch'essa televisiva) andata in onda a suo tempo in occasione del processo svoltosi in Israele nel 1961 dopo la cattura del criminale nazista avvenuta in Argentina, racconta infatti le diverse fasi del processo, visto dal punto di vista delle difficoltà tecniche, politiche, di contenuto mediatico che questa produzione (creata ad hoc per l'occasione) dovette affrontare per rendere al massimo (attraverso le immagini) la rilevante portata e posta storica in gioco in quel processo. Dapprima osteggiata dalle autorità israeliane, e poi accettata pur con qualche riserva, questa singolare occasione mediatica (curata per la regia da Leo Hurwitz, inserito nella lista nera del maccartismo e abilmente ingaggiato per l'impresa dal produttore Milton Fruchtman) divenne un evento mondiale che fu mandato in onda in 37 paesi e gareggiò per interesse, popolarità ed attenzione da parte del pubblico fruitore, con altri due eccezionali eventi che stavano tenendo col fiato sospeso la popolazione del mondo intero, la gravissima crisi della Baia de Porci che vedeva fronteggiarsi USA e Unione Sovietica (e che avrebbe potuto addirittura scatenare un conflitto atomico) e la storica impresa di Yuri Gagarin, il primo uomo lanciato nello spazio. Osteggiata anche dagli stessi ebrei era, che non credevano a ciò che gli sopravvissuti raccontavano, ma anche ai nazisti ancora rimasti che non volevano che un processo simile avesse neanche inizio. Ecco perché divenne così importante da essere considerato processo del secolo.

Colette (2013)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 02/03/2017 Qui - Basato su un romanzo dello scrittore ceco di origini ebraiche Arnošt Lustig ("Una ragazza da Anversa"), nominato per il Premio Pullitzer, che riuscì a sfuggire alla persecuzione nazista saltando dal treno che nel 1945 lo stava portando a Dachau, Colette (Colette: un amore più forte di tutto) film di produzione Slovacchia-Repubblica Ceca del 2013 (andato in onda il 24 gennaio scorso su Rete4), diretto dal regista Milan Cieslar, è un delicato seppur leggermente artificioso e abbastanza inusuale racconto drammatico romantico. Il film infatti, racconta la storia di due ebrei costretti a subire qualsiasi tipo di tortura fisica e psicologica internati nel campo di concentramento di Auschwitz. Due giovani amanti, Vili (Jirí Mádl) e Colette, e la loro lotta per sopravvivere alla fabbrica di morte in cui sono prigionieri. L'orrore di un luogo così tremendo difatti si contrappone al loro amore che riesce a tenere accesa la fiamma della speranza e a dare una forza inaspettata ai due ormai stremati. Comunque insolito è questo film, non nella storia, anche se qui molto sembra non combaciare, ma soprattutto nella cifra stilistica, dato che abbastanza strano è l'inizio, poiché il punto di vista della narrazione che si vede nel film, non è come spesso capita, quello dei due protagonisti. La storia infatti è narrata da Vili Feld da vecchio, ma nel 1973 in una NY stile hippy troppo artigianale. Qui in occasione e dopo un incontro con la suocera di suo figlio che sta per sposarsi, con cui sembra esserci un certo legame, l'uomo ricorda degli eventi che ha vissuto in un campo di prigionia nazista, durante la Seconda guerra mondiale, con il nazismo che portava ovunque terrore e distruzione.

Elser: 13 minuti che non cambiarono la storia (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 02/03/2017 Qui - Un momento che non è entrato nei libri di Storia davvero per pochissimo, se George Elser non avesse fallito il suo intento, quello di uccidere Adolf Hitler. Sì perché, Elser: 13 minuti che non cambiarono la storia (Elser: Er hätte die Welt verändert), film storico del 2015 (andato in onda il 27 gennaio scorso su Rai2, e probabilmente ancora disponibile in streaming su RaiReplay) diretto da Oliver Hirschbiegel, da tempo trasferitosi oltreoceano, suo il celebre e pluripremiato "La caduta", con l'ottimo Bruno Ganz, opera che lo ha reso celebre dopo l'interessante "The Experiment" e prima delle meno riuscite incursioni nella fantascienza con l'imbarazzante "Invasion" e nel biopic con il neutro "Diana", che torna a girare in Germania dopo una parentesi di quasi dieci anni, racconta l'incredibile vicenda di uomo che seppe intuire, quasi 5 anni prima di Claus Schenk von Stauffenberg (un ufficiale tedesco che svolse un ruolo di primo piano nella progettazione e successiva esecuzione dell'attentato del 20 luglio '44 contro Adolf Hitler, e nel successivo tentativo di colpo di stato, purtroppo non riuscito), quanto quel movimento nazista rappresentasse un mostro che andava fermato decapitandone il vertice, come? piazzando una potente carica esplosiva da far detonare, mentre l'8 novembre 1939, Adolf Hitler tiene un discorso alla Bürgerbräukeller di Monaco. Georg Elser difatti avrebbe potuto cambiare il corso della storia mondiale e salvare milioni di vite umane se solo avesse avuto 13 minuti in più. In quel breve arco di tempo, la bomba che aveva assemblato personalmente sarebbe esplosa e avrebbe fatto saltare in aria Adolf Hitler e i suoi più alti collaboratori, decimando il futuro terzo Reich (invece di 8 persone presumibilmente innocenti). Ciò però non accadde perché Hitler lasciò la scena dell'attentato prima del previsto, lasciando Elser fallire miseramente.

Per non dimenticare mai e poi mai: Elser (2015), Colette (2013), The Eichmann Show (2015) & Il labirinto del silenzio (2014)

Post pubblicato su Pietro Saba World il 02/03/2017 Qui - Anche se è passato più di un mese dal Giorno della Memoria e dal film visto in quell'occasione, ovvero Il figlio di Saul, di cui consiglio la visione, anche se non facile da vedere e digerire (per questo da prendere con le giuste precauzioni), non potevo non tornare sull'argomento, dato che in questo periodo di film inerenti a questo tema complesso ne ho visti ben 4. Film che cercano di far conoscere al mondo intero, con ancor più forza, ancor più vigore, qualcosa che mai avremmo voluto vedere che accadesse nella realtà, invece purtroppo è accaduto davvero, quel qualcosa di umanamente squallido, quel qualcosa di psicologicamente orrendo chiamato Olocausto. E questi quattro film, tratti tutti, tranne uno, comunque tratto da un romanzo di un sopravvissuto, da fatti realmente accaduti e da persone davvero esistite, che hanno provato e alcuni ci sono riusciti a smuovere le coscienze di chi ancora adesso, comunque meno che all'epoca, crede e stentava a crederci che fosse tutto vero (e lo è stato), disegnano un quadro agghiacciante di quello che è accaduto a 6 milioni di Ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale dai nazisti e dalle ideologie deliranti di un folle. Film che in questo caso per comprendere più in profondità questo delicatissimo tema saranno recensiti in ordine temporale. A partire da un momento che non è entrato nei libri di Storia davvero per pochissimo, se George Elser non avesse fallito il suo intento, quello di uccidere Adolf Hitler.

venerdì 22 febbraio 2019

Il film della Memoria: Il figlio di Saul (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/01/2017 Qui - Come l'anno scorso e anche tanti anni prima, da quando andavo a scuola, ogni anno ho sempre visto un film sull'Olocausto, argomento delicato e non sempre facile da esporre, in quanto è innegabile che quello che i nazisti hanno fatto nei campi di concentramento è qualcosa di inumano, anzi, disumano, orrendo e scandaloso, che raccontarlo in un film è sempre una sfida. La sfida di raccontare una storia così angosciante senza inevitabilmente provocare nello spettatore disgusto e vergogna nell'assistere impotenti a qualcosa di tremendamente irreale da essere prepotentemente vero. Perché purtroppo è successo ma dobbiamo ricordare, proprio tramite questa Giornata della Memoria, non solo che quello che è successo, è successo davvero, ma che ciò la Storia ricorderà come il momento più nero dell'umanità non ricapiti più, mai più. Comunque se l'anno scorso il film scelto fu una storia di speranza di un ragazzo in fuga dalla guerra, Corri Ragazzo corri, quest'anno è invece capitato una storia che di speranza non ne ha quasi nessuna, cupo, grigio e profondamente crudele, Il figlio di Saul (Saul fia), film del 2015 diretto da László Nemes, film che ha  partecipato in concorso al Festival di Cannes 2015, dove ha vinto il Grand Prix Speciale della Giuria e che nel 2016 ha vinto Golden Globe e Premio Oscar come miglior film straniero (Ungheria) e anche il David di Donatello come miglior film dell'Unione Europea. Tutto ovviamente non per caso, perché il film, opera prima di Nemes, è terrorizzante, caotico, sconvolgente, e lascia nello spettatore un senso di sgomento di fronte alla 'fabbrica della morte'. Fabbrica dove 'lavora' Saul Ausländer, membro ungherese del Sonderkommando, un gruppo di prigionieri ebrei isolati dal campo e costretti ad assistere i nazisti nella loro opera di sterminio. Ma mentre sgombera e pulisce una delle camere a gas, Saul vede uccidere dai medici nazisti un ragazzo inspiegabilmente sopravvissuto alla gassificazione. L'uomo, che sostiene che il ragazzo morto sia suo figlio, vuole evitargli la cremazione per offrirgli una degna sepoltura, a questo scopo si mette alla ricerca (affannosa e incessante, forse anche troppa) di un rabbino.

sabato 15 dicembre 2018

Il Segreto del suo volto (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 16/03/2016 Qui - Il Segreto del suo volto è un drammatico e toccante film (del 2014) ambientato nella Berlino del giugno del '45, appena dopo la fine della guerra, una triste vicenda legata all'Olocausto. Il film narra le vicissitudini prima e soprattutto post guerra di una donna, Nelly (ebrea ed ex-cantante), sopravvissuta ad Auschwitz, ma ferita e con il volto sfigurato. La sua amica Lene, ebrea anche lei, la conduce in macchina nella clinica svizzera dove ricostruiranno il suo volto. Nelly potrebbe modificare i suoi lineamenti, le dicono, ma sceglie di tornare come prima. Lene comunica all'amica che tutti i suoi parenti sono morti o spariti e Nelly è rimasta l’unica erede, affitta un appartamento per tutte e due, dato che la casa di Nelly è ridotta a un cumulo di macerie. Progetta di trasferirsi insieme a lei in Israele, visto il perdurare di diffidenza e ostilità dei tedeschi nei confronti degli ebrei. Ma lei, guarita a malapena dall'intervento chirurgico, vuole ritrovare il marito, Johnny, l'amore della sua vita. Quando casualmente Nelly ritrova Johnny, lui non la riconosce. L'intervento l'ha resa quasi irriconoscibile. Eppure notando in lei una vaga somiglianza con la moglie, le chiede di assumerne l'identità, sperando così di mettere le mani sull'eredità della famiglia di lei. Nelly, che rivuole la sua vita, accetta, diventando così il suo stesso alter ego, con la speranza di scoprire i veri sentimenti o i tradimenti del consorte, come sostiene la sua amica.

venerdì 23 novembre 2018

Ida (2013)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 08/02/2016 Qui - Ida è un film del 2013 diretto da Paweł Pawlikowski. Di produzione principalmente polacca, il film nel 2015 ha vinto il Premio Oscar per il Miglior film straniero. La vicenda si svolge all'inizio degli anni '60, nella grigia e soffocante Polonia dove vige stabilmente il regime comunista, nel clima gelido ed uniforme del dopoguerra, che ha steso una coltre di apparente normalizzazione sociale, sotto la quale tuttavia cova ancora il retaggio, fatto di dolori, misteri non risolti, ricordi incancellabili, del recente Olocausto. Piccola premessa: non è un film per tutti perché non è divertente ma soprattutto è pesante, bisogna capirlo, quindi meglio sapere prima se vederlo o meno, non solo per la storia ma per l'ambientazione cupa e triste. Anna è una giovane novizia in attesa di diventare suora a tutti gli effetti. Vive serenamente in un convento isolato, ma poche settimane prima di prendere i voti, invitata insistentemente dalla Madre Superiora, si reca a Varsavia per incontrare la sua unica parente conosciuta, la zia Wanda, che, durante il passato, non si è mai messa in contatto con lei, e che non si è mai interessata a lei. Quando arriva nell'appartamento della zia, si trova di fronte una cinquantenne single, intellettuale elegante e disinvolta, ma visibilmente disillusa, al limite del cinismo. Wanda appartiene infatti all'élite del regime, essendo un magistrato, con un passato di combattente nella Resistenza antinazista e di militante del partito, soprannominata "Wanda la sanguinaria", dato che si può bene immaginare come viene esercitata la giustizia in un paese comunista, condanna sicura per i cosiddetti "nemici del popolo". È una donna, in apparenza energica e dura, ma segnata dalla disillusione e la solitudine interiore, che nasconde una grande sofferenza, compensando con un'attiva vita sessuale con vari partner e con il consumo di alcoolici. In breve racconta ad Anna una tremenda verità familiare, lei è ebrea e il suo vero nome è Ida.

venerdì 16 novembre 2018

Il film della Memoria: Corri ragazzo corri (2013)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/01/2016 Qui - Come ogni anno il 27 gennaio, Sky, per ricordare le tragiche e dolorose vicende legate all'Olocausto, propone un film in prima visione, quest'anno la scelta è ricaduta su Corri ragazzo corri (2013), un'emozionante, commovente e toccante viaggio, perlopiù un'odissea, di un ragazzo ebreo scappato da un ghetto che intraprende un'incredibile fuga per la libertà. Visto solo ieri, oggi la recensione. Il film è un adattamento del romanzo Run, Boy, Run di Uri Orlev, un film che potrebbe essere una favola avventurosa, avvincente e crudele se non raccontasse la storia vera di un sopravvissuto all'Olocausto, Yoram Fridman. Costretto a separarsi dai fratelli e dai genitori per salvarsi dai nazisti, Srulik, un bambino ebreo di otto anni, fugge dal ghetto di Varsavia con l'aiuto del padre, fingendosi un orfano polacco. Con il nome fittizio di Jurek, un falso nome cattolico, tenta in ogni modo di sopravvivere e di essere coraggioso, si rifugia nella foresta e si unisce ad un gruppo di ragazzini sperduti come lui, e insieme riescono a sopravvivere con gli ortaggi e qualche gallina che rubano ai contadini. Ma i cattivi sono in arrivo, il gruppo si disperde, Jurek continua la sua fuga da solo, attraversa boschi e villaggi, di fattoria in fattoria, imparando a dormire sugli alberi e a cacciare per nutrirsi, si ferma solo quando qualche anima buona lo accoglie e lo nutre. Nei tre anni successivi quindi, vivrà durissimi momenti, sopravvivendo alle rigide stagioni polacche e alla cattura da parte dei militari tedeschi. Ragazzo sveglio e agile, nel suo cammino incontrerà amici e nemici, persone che lo aiuteranno ed altre che lo tradiranno, ma non perderà mai la forza per andare avanti, per riuscire a sfuggire a un destino quasi ormai segnato.