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venerdì 31 luglio 2020

Opera senza autore (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/07/2020 Qui - Il regista del pluripremiato Le vite degli altriFlorian Henckel von Donnersmarck, sceglie ancora una volta di raccontare la storia della Germania con questo suo ultimo film. Una narrazione fluida e coinvolgente, ma a tratti eccessivamente didascalica: egli non riesce a trattenersi dal desiderio, a volte quasi infantile, di raccontare tutto, troppo, di svelare ogni cosa (proprio ogni cosa, diciamo bene e male), togliendo allo spettatore la possibilità di vagare con l'immaginazione. Opera senza autore (che ha ricevuto due candidature ai premi Oscar 2019 nelle categorie miglior film in lingua straniera e miglior fotografia) si ispira liberamente alla vita dell'artista tedesco Gerhard Richter, trasposto nei panni del tormentato pittore Kurt Barnert (Tom Schilling, attore tedesco già visto recentemente in Suite francese e Woman in Gold). Il film affronta le stagioni della sua vita e il suo travaglio artistico (l'incontro con la bellissima moglie Paula Beer, bravissima in Frantz ed anche qui e con il professore Oliver Masucci, il fui Hitler in Lui è tornato), mentre attraversa tre epoche diverse, partendo da Dresda nel 1938 per poi arrivare a Dusseldorf negli anni Sessanta. Ogni elemento filmico, le musiche, la luce, gli ambienti, sono al servizio di un fedele ritratto storico della Germania (e questo va bene, fatto bene). Peccato solo che il film offri però un cinema di livello quasi amatoriale, servito da attori che paiono recitare in uno sceneggiato televisivo, compreso il divo Sebastian Koch. Ma a parte ciò buon film, anche se il messaggio difficile è da capire e da sbrigliare. Un film di consistenza in ogni caso e nonostante tutto, capace allorché di emozionare e di indignare. Ciò che sembra invece meno consistente, perché in qualche modo scontata, è la definizione del percorso personale e artistico del protagonista, tra luoghi comuni e romanticherie arbitrarie, in cui si avverte un po' di più il peso di un film probabilmente lungo (dalla durata di quasi tre ore) al limite della estenuanza. Voto: 6+

lunedì 29 aprile 2019

Il film della Memoria: Naked among wolves - Il bambino nella valigia (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/01/2018 Qui - Per il terzo anno consecutivo, anche se in verità ogni anno (come già detto nelle precedenti due occasioni) dai tempi della scuola ne ho sempre visto uno, mi ritrovo oggi a parlarvi di un film che ho visto durante Il Giorno della Memoria, e di cui non credo ci sia bisogno di spiegare cosa sia. Sono passati tanti anni infatti da quando le Nazione Unite istituirono, questa giornata e la data del 27 Gennaio, scelta perché in quel giorno, nel 1945, avvenne la liberazione da parte dell'Armata Rossa del campo di sterminio di Auschwitz, per commemorare tutte le vittime dell'Olocausto e della Shoah, con la speranza che il ricordo di tali atrocità aiutino l'uomo a non commetterle più in futuro. Ed è questo ovviamente il motivo per cui ogni anno l'industria cinematografica si mette all'opera per produrre sempre nuovi film, affinché il ricordo resti vivo sempre. E quindi quest'anno, poiché nonostante Sky e la sua settimana della Memoria, in cui però nessun film in prima visione è stato mandato, e poiché Il labirinto del silenzio, andato in onda sulla Rai, avevo già visto l'anno scorso insieme ad altri tre (anche se dopo un mese), ho optato per l'appunto per Naked among wolves: Il bambino nella valigia (andato in onda su Iris), adattamento del 2015 di un romanzo di Bruno Apitz (dal titolo originale Nackt unter Wölfen) e remake di un film tedesco omonimo del 1963 di Frank Beyer. Un film in cui, ancora una volta, dopo il bellissimo Corri ragazzo corri del 2013, e dopo lo scioccante ma toccante racconto intimista de Il figlio di Saul, è coinvolto un bambino, e si sa, quando in certi eventi tragici viene coinvolto un bambino l'emozione è assicurata. Anche se quello che manca al film in questione, bello e interessante da vedere, è proprio l'intensità e profondità di altre pellicole, perché certamente ci si emoziona, ma non in grande quantità. Comunque non per questo il racconto non appassiona e coinvolge, anche perché la storia (di impianto altresì storico/documentaristico) è discretamente toccante e ci sono alcune scene di grande impatto visivo.

domenica 28 aprile 2019

The Most Beautiful Day: Il giorno più bello (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 22/01/2019 Qui - Prendendo forse spunto dal film Non è mai troppo tardi con Jack Nicholson e Morgan Freeman, il film The Most Beautiful Day: Il giorno più bello (Der geilste Tag), commedia del 2016 scritta, diretta e interpretata da Florian David Fitz e da Matthias Schweighöfer (due volti noti in Germania), racconta appunto ed attraverso il tema del viaggio che veicola altresì una riflessione sul senso della vita, di due giovani malati molto anti-convenzionali che, caratterialmente diversi ma accomunati dalla stessa volontà di non subire passivamente il destino che è stato loro riservato, decidono di andare incontro ad esso in maniera spensierata, trascorrendo il giorno più bello della loro vita, al quale il titolo del film allude. E una volta ottenuti i fondi (in che modo non è importante..) partono alla volta dell'Africa, trascinando così lo spettatore in un road-movie emozionale che si trasforma, inevitabilmente, in un inno alla vita. Un viaggio fisico e spirituale durante il quale i due amici faranno tutte quelle esperienze mai fatte prima. Un'avventura indimenticabile che li porterà a vivere situazioni tragicomiche fra divertenti gag e momenti seri.

venerdì 16 novembre 2018

Il film della Memoria: Corri ragazzo corri (2013)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/01/2016 Qui - Come ogni anno il 27 gennaio, Sky, per ricordare le tragiche e dolorose vicende legate all'Olocausto, propone un film in prima visione, quest'anno la scelta è ricaduta su Corri ragazzo corri (2013), un'emozionante, commovente e toccante viaggio, perlopiù un'odissea, di un ragazzo ebreo scappato da un ghetto che intraprende un'incredibile fuga per la libertà. Visto solo ieri, oggi la recensione. Il film è un adattamento del romanzo Run, Boy, Run di Uri Orlev, un film che potrebbe essere una favola avventurosa, avvincente e crudele se non raccontasse la storia vera di un sopravvissuto all'Olocausto, Yoram Fridman. Costretto a separarsi dai fratelli e dai genitori per salvarsi dai nazisti, Srulik, un bambino ebreo di otto anni, fugge dal ghetto di Varsavia con l'aiuto del padre, fingendosi un orfano polacco. Con il nome fittizio di Jurek, un falso nome cattolico, tenta in ogni modo di sopravvivere e di essere coraggioso, si rifugia nella foresta e si unisce ad un gruppo di ragazzini sperduti come lui, e insieme riescono a sopravvivere con gli ortaggi e qualche gallina che rubano ai contadini. Ma i cattivi sono in arrivo, il gruppo si disperde, Jurek continua la sua fuga da solo, attraversa boschi e villaggi, di fattoria in fattoria, imparando a dormire sugli alberi e a cacciare per nutrirsi, si ferma solo quando qualche anima buona lo accoglie e lo nutre. Nei tre anni successivi quindi, vivrà durissimi momenti, sopravvivendo alle rigide stagioni polacche e alla cattura da parte dei militari tedeschi. Ragazzo sveglio e agile, nel suo cammino incontrerà amici e nemici, persone che lo aiuteranno ed altre che lo tradiranno, ma non perderà mai la forza per andare avanti, per riuscire a sfuggire a un destino quasi ormai segnato.