Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/02/2024 Qui - Tutto sommato uno dei film di supereroi più interessanti degli ultimi anni, e anche uno dei migliori DC, non che sia un'impresa in realtà. Il primo film dedicato a Flash (interpretato da un simpatico ed ironico Ezra Miller che si sdoppia in due con la sua controparte più giovane) non delude le attese e tiene lo spettatore incollato (o quasi) allo schermo. Andy Muschietti (dopo le fatiche di It) crea infatti un film imperfetto ma divertente, che ha il gusto della bizzarria che contraddistingue questa ondata di storie sul multiverso (che in questo caso vede il supereroe dalla velocità straordinaria ritornare nel passato per cercare di salvare i suoi genitori da drammatici eventi). La sceneggiatura regge (senza evidenti buchi e senza scadere in ingarbugliamenti eccessivi per fortuna) e l'azione diverte. C'è una CGI spesso plasticosa ma c'è anche tanta anima e può scappare la lacrimuccia. The Flash ha inoltre il piacere di ri-annoverare un grande e autoironico Michael Keaton (con annessa colonna sonora) che riprende i panni di Batman dopo 31 anni (apprezzato anche il cameo del compianto Christopher Reeves e a dir poco grottesco quello di Nicolas Cage, ma voluto). Non meritava il flop che ha avuto, una visione merita. Voto: 6,5 [Infinity Plus]
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martedì 27 febbraio 2024
The Flash (2023)
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giovedì 4 luglio 2019
Bye Bye Germany (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/02/2019 Qui - Bye Bye Germany (Dramma, Germania, Lussemburgo, Belgio, 2017): Sam Garbarski prova a ripetere il tocco magico riuscitogli in Irina Palm: Il talento di una donna inglese, ossia affrontare un tema ispido con coraggio, ci riesce anche in questo film, un film sull'Olocausto che cerca di raccontarci l'orrore vissuto dal popolo ebreo, con grazia e un pizzico di umorismo, un film quindi molto particolare che prova ad unire momenti di ilarità ad attimi di puro pathos, quando i sopravvissuti ricordano le vicende peggiori della loro prigionia, in particolare sono gli eventi vissuti dal protagonista, David Bermann (interpretato da Moritz Bleibtreu) a tenerci incollati allo schermo per conoscere la sua buffa storia, quella di un sospettato di essere stato, nel corso della guerra, quando era nel campo di concentramento, un collaborazionista dei nazisti, quello di un commerciante di biancheria che mentre prova in tutti i modi a scagionarsi, continua il suo business, senza guardare in faccia a nessuno, ma non riesce a gestire i toni e i registri del film, gli manca innanzitutto l'umorismo e la leggerezza per giocare con la commedia su un terreno così scivoloso, e così facendo, il contrasto col lato drammatico del film si perde e il pathos sembra fuori luogo. L'intento della pellicola, c'è da dirlo, è lodevole perché prova a spiegare cosa abbia portato alcuni ebrei (ben 4.000, come apprendiamo alla fine della storia) a decidere di restare in Germania, piuttosto che tentare di rifarsi una vita in America. Sono uomini e donne che scelgono di non lasciare il paese che ha ucciso i loro sogni, le loro speranze, le loro famiglie. Sam Garbarski riesce, in parte, a farci capire che queste persone, nonostante non fosse umanamente pensabile l'idea di restare in Germania, sono rimaste per motivi profondamente legati alla natura umana: chi per possibile profitto, chi per opportunismo, chi per attaccamento a una terra che, nonostante gli abbia portato via molto, ha comunque chiamato casa, però sembra fare il cosiddetto passo più lungo della gamba. Il film infatti è abbastanza strambo, che paradossalmente fa più che ridere che piangere, che a volte annoia e non riesce a rendersi minimamente emozionante. E perciò detto questo Bye bye Germany non può che finire nel dimenticatoio, reo di aver sprecato l'attitudine anti manichea di Moritz Bleibtreu e la bellezza statuaria di Antje Traue in una mistura squilibrata, con un accavallamento di materiale che crea principalmente spifferi, nonostante le premesse avessero tutto il necessario (gli ebrei rimasti in Germania dopo la fine della guerra, gli imbrogli quotidiani, i dubbi e il ricorso a una vicenda clamorosa che tirava in mezzo lo stesso Hitler) per creare uno spartito valido per tutti i palati. In definitiva difatti, è questo un film sbiadito e confusionario. Voto: 5+
giovedì 18 aprile 2019
Criminal (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 19/12/2017 Qui - Un po' Jason Bourne, un po' Self/Less, Criminal è un action-movie del 2016 che sfrutta abilmente i temi delle neuroscienze in salsa futuribile, e che, grazie ad un pregevole (ed un pochino originale) incipit e scena iniziale si fa minimamente apprezzare. Perché questa spy story diretta dal semi sconosciuto Ariel Vromen è una discreta pellicola anche se di certo non indimenticabile. Giacché seppur la trama sembrerebbe anche abbastanza interessante e il cast di attori presenti nel film fa ben presagire, purtroppo essa viene sviluppata in maniera troppo superficiale, facendo da contorno alle solite sparatorie che lo rendono il classico film "scappa e spara". Comunque la trama racconta di Bill Pope (un sufficiente Ryan Reynolds), un agente della CIA che viene ucciso prima di poter rivelare ai suoi capi dove ha nascosto un hacker che può sventare un attacco nucleare terroristico che scatenerebbe una guerra mondiale. L'unico modo per recuperare i ricordi di Pope è trapiantare una parte del suo cervello in un uomo che ne sia sprovvisto. E questi è Jericho Stewart (Kevin Costner), un galeotto rinchiuso in un carcere di massima sicurezza, proprio perché la sua anomalia cerebrale lo rende un killer senza sentimenti. L'operazione chirurgica sembra essere fallita, e in più Jericho fugge. Ma qualcosa sta lentamente facendosi strada nella mente del criminale. A questo punto sia i buoni che i cattivi devono per forza ritrovarlo. Il film quindi, anche per colpa di figure poco credibili, non riesce a soddisfare a pieno, non riesce a colpire nel suo intento, perché persino l'operazione al cervello che permette il trasferimento di memoria, un'operazione fantascientificamente accattivante, viene quasi banalizzata sul finire del film.
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venerdì 12 aprile 2019
Woman in Gold (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 09/12/2017 Qui - E' una storia vera quella portata da Woman in Gold, film del 2015 diretto da Simon Curtis, sullo schermo, con eleganza in un mosaico di misurata drammaticità intervallata da ricordi di una infanzia dolce e serena alle soglie di una guerra che tutto avrebbe cancellato. Il film infatti ripropone tematiche, epoche, luoghi, orrori che non si possono e non si devono dimenticare. Tutte cose che seppur trattate con minore intensità rispetto ad un film sulla discriminazione razziale del nazismo, riescono ad essere esplosivi e coinvolgenti grazie anche e soprattutto alla performance di un cast affidabile e credibile, ad una regia attenta e una realizzazione emozionalmente palpabile. Giacché gli eventi raccontati nel film (rappresentati comunque in forma di operetta) di Curtis, hanno spunti drammatici che fanno commuovere (9 temi degli abbandoni, delle umiliazioni subite dagli ebrei, dei sensi di colpa della sopravvivenza…) ma fanno anche sorridere e lo si vede volentieri. Anche se la lotta apparentemente impari, per recuperare ciò che apparteneva alla propria famiglia, si risolve in una vittoria che tuttavia non viene giustamente esaltata e osannata. Forse perché è difficile scoprire che a distanza di 60 anni, la shoah ed il delirio nazista non si è concluso nei campi di sterminio, perché una volta normalizzatasi la situazione, il diritto di proprietà alle opere d'arte dei legittimi proprietari diventa un'eventualità, infatti i furti perpetrati dai nazisti negli anni '40 hanno disperso gran parte dei capolavori dell'arte tra i parenti dei ladri e le grandi gallerie d'arte tedesche ed austriache. E così il ritratto di Adeele Bloch Bauer (la Gioconda d'Austria), la zia di Maria Altmann, di Gustav Klimt è conservato al museo Belvedere di Vienna. Maria, Hellen Mirren (sempre perfetta nei suoi ruoli, come già appurato in Collateral Beauty e L'ultima parola: La vera storia di Dalton Trumbo), vive negli Stati Uniti, non è mai tornata a Vienna, ma in occasione della morte della sorella decide di rivendicare il diritto alla restituzione del dipinto, e per farlo si affida ad un giovanissimo avvocato, Ryan Reynolds (non eccelso ma più che discreto e credibile, meglio che ne il mediocre Mississippi Grind), per attivare le procedure legali per richiedere il diritto di proprietà al dipinto.
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