venerdì 6 settembre 2019

The Predator (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 05/09/2019 Qui
Tema e genere: Quarto film della serie cinematografica action fantascientifica.
Trama: Durante una missione in Messico un'astronave aliena precipita con un Predator. Inizia una caccia per nascondere le prove di un segreto militare.
Recensione: Ormai sono passati 32 anni dall'uscita di Predator, il film del 1987 con Arnold Schwarznegger in cui per la prima volta ci si imbatteva in una creatura aliena terrificante, feroce, molto astuta e ovviamente letale (film che per l'occasione ho rivisto). Dopo quella che è poi divenuta una pellicola cult del genere, a cui è succeduto un sequel del 1990, due crossover in cui gli alieni della razza Yautja si scontrano con gli Alien, ed infine il remake Predators del 2000 con Adrien Brody come protagonista, arriva un nuovo film a riaccendere la saga. Un film che riporta sullo schermo la creatura iconica dell'universo sci-fi horror appunto di fine anni '80, ma che butta via i pochi spunti creativi, mitragliando sul pubblico cliché, troppo action e pochissima suspense: il risultato è qualche risata e tanta noia. Il regista infatti, Shane Black (che ha partecipato come attore nel cult del 1987), talentuoso sceneggiatore e regista, che può non risultare un nome familiare, tuttavia è uno fra i più importanti pionieri del genere action-comedy, e in particolare dei buddy cop film (Arma Letale su tutti), con questa specie di reboot/sequel, più il secondo, dato che si tratta di una prosecuzione degli eventi accaduti negli altri film, con l'eccezione forse dei due crossover con Alien (tuttavia qui la continuità narrativa degli eventi sembra un optional), sforna un film senza mordente che non sa bene quale direzione prendere, diviso tra action ed (eccessiva) comicità. In tal senso è difficile parlare di una trama vera e propria, per via di un montaggio che decide palesemente di rendere il prodotto finale un'incoerente successione di eventi, senza un collegamento chiaro e preciso (non bastasse che il film si "spezzi" in tre filoni, e che nessuno dei tre risulti minimamente coinvolgente). In ogni caso la pellicola parte decisa, in notturna, nel mezzo di un'inospitale giungla, presentando il protagonista, il tiratore scelto Quinn McKenna (lo interpreta Boyd Holbrock, a cui però manca totalmente il carisma), testimone involontario dell'arrivo del Predator sulla Terra. Senza entrare troppo nel dettaglio (rischierei di svelare alcuni interessanti passaggi), si scopre presto che un'organizzazione para-governativa denominata progetto Stargazer è a conoscenza delle visite sempre più frequenti degli invasori, a loro volta (abbiamo modo di appurare nel corso dei minuti) "prede" designate di una razza ancora più evoluta di Yautja. Tentativi di insabbiamento, scoperte sensazionali e piani a dir poco inverosimili (sappiate solo che di mezzo c'è sempre, come in Venom, altra delusione, la futura sopravvivenza dell'umanità), McKenna dovrà difendersi dagli attacchi del "predatore atipico" (uccide per sport e non per necessità, fa notare la biologa Olivia Munn), salvando il suo "strambo" figlio (lo interpreta purtroppo Jacob Tremblay) e la Terra tutta. Insomma una mezza (e più) tamarrata, che seppur entra appunto subito nel vivo senza fare preamboli, che seppur cerchi di rilanciare la storia dei Predator inserendo buoni spunti narrativi (ma non tutti, anzi, alcuni pessimi, che rendono la storia caotica) non convince quasi per nulla. Anche perché il film decide di mettere completamente da parte la tensione e l'aura di mistero che aleggia intorno la creatura che qui non è più protagonista, ma diventa un mostro invincibile qualsiasi. Inoltre The Predator abbonda di cliché: da un lato c'è un gruppo di svitati, dalle battute politicamente scorrette (inserendo così qualche pennellata di buddy movie ben costruita e che diverte) pronti a riscattarsi, dall'altro due figure femminili che devono ancora una volta sottolineare quanto loro non abbiano bisogno di essere salvate perché sanno imbracciare fucili e vedersela da sole (una nota femminista poco incisiva).

mercoledì 4 settembre 2019

Manuale scout per l'apocalisse zombie (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 03/09/2019 Qui
Tema e genere: Horror zombesco dai risvolti squisitamente comici.
Trama: Tre boy giovani scouts, alla vigilia della loro ultima escursione, scoprono il vero significato dell'amicizia tentando di salvare la loro città da un'epidemia di zombie.
RecensioneManuale scout per l'apocalisse zombie è una commedia horror con più di qualche debito sulle spalle, ma che gratifica regalando del sano divertimento e la giusta dose di sangue e arti mozzati. La pellicola diretta da Christopher B. Landon (sceneggiatore di Paranormal Activity 2, 3 e 4 e regista dei poco riusciti Burning Palms e Il segnato, ma anche e per sua fortuna regista in seguito di quel gioiellino che è Auguri per la tua morte) è un mix tra Benvenuti a Zombieland (depurato della geniale carica nerd) e Splatters di Peter Jackson. Quello che viene fuori da questo accostamento è uno spettacolo piacevole, che non ha però la stessa carica innovatrice del primo o la quantità di gore del secondo. Il film però grazie alla scelta dei protagonisti, un gruppo di scout e una barista di night club, riesce a costruirsi una dignitosa identità propria e non è una cosa così scontata. Il film infatti, gioca le sue carte sull'abusato ibrido tra splatter e comicità filo-demenziale, trovando però nella sua messa in scena dei punti di forza tali da elevarlo in parte rispetto a produzioni omologhe. Volutamente ridanciano il film ha dalla sua difatti un ritmo forsennato che, superati i minuti introduttivi, ci trascina in quest'apocalisse zombie (sviluppatasi in un prologo farsesco) che parodia con simpatia i classici stilemi del genere, mettendo al centro del racconto i tre giovani protagonisti e la prorompente e grintosa bellezza della bad-girl di Sarah Dumont (vista in Don Jon e Bad Ass 2, che come attrice lascia a desiderare, ma da altro aspetto fa faville). In questo tipo di script spesso i giovani personaggi risultano adolescenti antipatici e insulsi ma va dato atto che le scelte di casting si sono rivelate in questo caso azzeccate: il Tye Sheridan di Joe, Mud, Effetto Lucifero e soprattutto Ready Player One, Logan Miller (Bling Ring, Effetto Lucifero anch'egli, Prima di domani ed infine Tuo, Simon) e Joey Morgan (l'esordiente del caso) hanno infatti le facce giuste per garantire la complementare personalità dei tre intrepidi scout. L'originalità a tratti si fan sin troppo citazionista ma non mancano comunque una manciata di scene cult: dai ragazzini che provano a distrarre uno zombie, fan di Britney Spears (deducibile dalla t-shirt indossata), cantando Baby one more time alla vecchia gattara con mici annessi trasformati in non-morti, sino alla sequenza del tappeto elastico con tanto di evirazione zombesca, il divertimento di certo non manca nei novanta minuti di visione, con un finale di stampo action horror discretamente coinvolgente. E insomma l'ennesimo tentativo di mescolare il genere "zombesco" con le commedie giovanilistiche stile "nerds" si rivela di fatto riuscito (un po' come successo in Scherzi della natura, anche se apprezzabile per un approccio molto 80's alla materia che per altro): proprio per i tre protagonisti spassosi, per le situazioni e la comicità ben gestite da un regista che proviene dall'horror serio ma dozzinale, elevandosi qualitativamente.

martedì 3 settembre 2019

Sicilian Ghost Story (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 02/09/2019 Qui
Tema e genere: Liberamente tratto dal racconto Un cavaliere bianco scritto da Marco Mancassola, Sicilian Ghost Story è basato sulle vicende legate alla sparizione e all'omicidio di Giuseppe Di Matteo. Ed è un dramma thriller a tinte fiabesche che romanza in chiave "originale" la suddetta vicenda.
Trama: Quando il ragazzo di cui è innamorata sparisce, la tredicenne Luna fa di tutto per ritrovarlo e per scuotere dall'apatia chi le sta intorno. Ma non basterà purtroppo, lei sì prenderà coscienza, ma lui sarà barbaramente ucciso.
Recensione: E' un titolo indovinato e promettente Sicilian Ghost Story, che bendispone e incuriosisce lasciando immaginare una rielaborazione libera e propositiva di temi ultranoti legati alla realtà isolana. Uno dei punti di pregio del film sta effettivamente nell'idea di allargare le maglie del racconto di una vicenda reale e drammatica per seminarvi aperture oniriche, suggestioni indotte dalla presenza forte dell'elemento naturale, segni e presagi che sembrano provenire dal profondo della terra. L'altra nota di merito sta nel riportare alla memoria, perseverando con la questione "criminalità organizzata", per mantenere consapevolezza e attenzione su una delle peggiori piaghe del nostro paese. L'impressione post-visione però è che intenzioni e risultato effettivo non collimino perfettamente e che, al netto degli onori per aver parlato di mafia e aver centrato tecnicamente alcune belle (ma in fondo inerti) scene d'ambiente naturale, si tratti di un esito in verità piuttosto semplice, moderatamente originale e che fatica a sostenere il peso di una sceneggiatura decisamente prolissa, soprattutto in dirittura d'arrivo quando sembra non trovare mai la scena conclusiva. Il film infatti, presentato in anteprima al 70° Festival del Cinema di Cannes, secondo film diretto dai registi Fabio Grassadonia e Antonio Piazza dopo Salvo, è un'opera ambiziosa, forse troppo, dato che questo dramma thriller a tinte fiabesche, dove realtà e fantasia si muovono nel mezzo del racconto, lascia abbastanza perplessi. Perché se all'inizio questo contrasto sorprendentemente funziona, contrasto tra magia e realtà e, soprattutto, tra sogni e verità, con l'andare avanti nella vicenda, il suddetto perde progressivamente il fascino che si era costruito all'inizio: l'immaginario, in equilibrio tra il fantastico e il reale, guarda al cinema di Matteo Garrone ma Sicilian Ghost Story si addentra anche in simbolismi e metafore troppo forzate. Questo lirismo viene poco supportato dalla scrittura, a tratti un po' didascalica, compromettendo anche la fascinosa messa in scena. Così, il film si trasforma da una suggestiva narrazione sui sogni e sull'amore come armi per sfuggire alla realtà, a un più prevedibile racconto di formazione. Un racconto neanche così tanto emozionante. Il punto di vista è quello di Luna, una ragazzina di 13 anni che non accetta la scomparsa del suo primo amore, sequestrato per ritorsione poiché figlio di un collaboratore di giustizia. Tenendo conto di questa premessa si può ritenere accettabile, fino ad un certo punto, che il film stesso rinunci ad alcuni gradi di complessità per procedere in modo limitatamente codificato e poco stratificato. Accogliendo questa logica risultano però incongruenti la sicurezza e la saccenza dimostrate dalla protagonista, i dialoghi taglienti e sentenziosi tra ragazzi, così come è accettabile che una (poco più che) bambina impartisca lezioni di responsabilità civile all'insegnante e al (povero) carabiniere solo a patto di concepire il tutto come uno strumento con finalità principalmente educative. Anche la difficile scelta di riferire per immagini il sequestro dal suo interno rivela indecisione su quale livello di realtà trasmettere allo spettatore e finisce per rimanere sospesa tra trucco invadente, dettagli lugubri e inserimenti ridondanti (il carceriere psicolabile, nota grottesca) senza in realtà riuscire a incidere sulla tensione drammatica. E insomma non sapendo su che puntare, tra realtà ed immaginazione, il film punta su di un cavallo sbagliato, centrando pochissimo il bersaglio. Difatti tutto resta nel limbo, e quello che si trova è l'ombra di un film riuscito, di un film spesso noioso e soffocante.