Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/07/2022 Qui - Primo approccio al pensiero, poetica, di Zerocalcare, con questo film (diretto da Emanuele Scaringi)
che racconta la storia di un giovane disegnatore che si interroga su se
stesso dopo un evento luttuoso, un film da cui non mi aspettavo molto e
che forse per questo mi ha piacevolmente colpito. Dialoghi interessanti
conditi da un po' di filosofia e battute spiritose. Una riflessione
(amara) sulla vita.
Un film a cui non mancano cadute di tono (a volte la sceneggiatura
"divaga" un po' troppo e l'Armadillo come coscienza può risultare fuori
contesto), ma generalmente sono decisamente maggiori i momenti riusciti.
Perché nonostante tutto, nella sua semplicità, La profezia
dell'armadillo riesce a conservare l'autenticità e la brillantezza del
primo lavoro di grande respiro del fumettista italiano. Dopotutto va bene che c'è qualche elemento di confusione qua e
là, ma si tratta pur sempre di un film leggero, che diverte, e tanto
basta. Convincente la prova del protagonista Simone Liberati, non meno quella di Pietro
Castellitto in versione Freaks Out. Voto: 6+
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sabato 30 luglio 2022
mercoledì 30 ottobre 2019
Bangla (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/10/2019 Qui
Tema e genere: Partendo da un approccio fortemente autobiografico, il regista racconta le difficoltà dell'amore all'interno di un particolare contesto familiare, religioso e culturale. E lo fa con una commedia simpaticissima nella sua semplicità.
Trama: Nel multietnico quartiere romano di Torpignattara vive Phaim, un ventenne figlio di una coppia di bengalesi. Come tanti altri figli di immigrati, Phaim vive le mille contraddizioni delle seconde generazioni alle prese con un complicato processo di integrazione culturale. L'incontro con una ragazza di origini italiane creerà in lui difficoltà fino a quel momento del tutto inattese.
Recensione: Il tema dell'immigrazione straniera è in tempi recenti, molto dibattuto sfiorando toni drammatici se utilizzato per fini di speculazione politica italiana, ma se a raccontare una storia di integrazione di un giovane nato in Italia di origine bengalese è proprio il protagonista e il realizzatore del film ovvero il Phaim (Bhuiyan di cognome) di cui si parla allora i toni si stemperano diventando addirittura ironici con punte di comicità involontaria sia nel linguaggio parlato che nei comportamenti dei personaggi. Allora tutto il dramma degli immigrati assume un differente punto di vista che il giovane regista (già svezzato fra documentari e la passione folle per il cinema, concretizzatasi in questa pellicola distribuita da Fandango) ci propone in questa storia semplice di un amore tra lui indiano di colore cappuccino, e una lei altrettanto giovane, ma italiana, della periferia romana abitante nella stessa Torpignattara dove risiede con la sua tradizionalissima famiglia, il ragazzo bangla. Dunque un melting pot tra centro e periferia del mondo tra chi nasce immigrato e chi nasce "periferico" essendo cittadino italiano titolato. Un divertente miscuglio nel film, diciamo recitato, in un dialetto romanesco alla "Bangla" quasi a dire coatto, che conferisce un tono forse pasoliniano di borgata o forse il perfetto opposto di brutti sporchi e cattivi di memoria Scoliana. Infatti tutti i personaggi da Phaim ad Asia la neo fidanzatina, agli amici e familiari e via dicendo sono pulitini bellini e soprattutto buoni e simpatici. Forse il vero riferimento cinefilo del giovane regista indiano Phaim è il Moretti alias Michele di Ecce bombo o meglio il Nanni di Caro diario (tuttavia il riferimento principale spetta a The Big Sick, ugualmente simpatico). Tutto questo confezionato in una semplice e veloce narrazione di scenette divertenti e adatte ad un pubblico consono all'età dei protagonisti, forse più autentici dei giovani di Moccia e Muccino. E così si ride e si sorride delle convinzioni del poco più che ventenne che si affaccia al mondo, grazie alla capacità dell'autore di sdrammatizzare argomenti così importanti che possono essere fonte di separazione fra differenti culture, come nel caso di scelte imposte da tradizione e famiglia, sempre riviste con una dose di leggerezza che pervade tutto il film.
mercoledì 31 luglio 2019
Cuori puri (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/07/2019 Qui
Tema e genere: Dramma romantico tra due ragazzi di diversa estrazione presentato in anteprima al "Quinzaine del Réalisateurs" del Festival di Cannes 2017.
Trama: L'incontro tra un ragazzo di borgata e una ragazza che vive un percorso di castità.
Recensione: Ambientato in una Roma del disagio sempre più frequentata dal cinema italiano, Cuori puri (opera prima di Roberto De Paolis) innesta in questo contesto un sotto-tema particolare, con l'incontro tra il classico ragazzo "di borgata" e una giovane che cerca di vivere la propria giovinezza e insieme la propria fede. A tratti il film ricorda vagamente il recente La ragazza del mondo: là c'era una comunità di Testimoni di Geova, qui una comunità cattolica che dà luce al gruppo "Beati i puri di cuore" (che si ispira a gruppi realmente esistenti), pur molto meno rigido e certamente non aggressivo nel rapporto con la ragazza. Anzi, il sacerdote (reso bene da Stefano Fresi, in genere utilizzato in parti brillanti) è una figura piuttosto dolce e comprensiva verso i giovani, cui parla di perdono prima che di peccato (ma comunque lo sguardo su di lui è bonariamente distante, come se fosse una figura nobile ma fuori dal mondo). Piuttosto, è la madre di Agnese con la sua durezza e mancanza di rispetto verso la sua libertà (pur con l'umanità che riesce a darle Barbora Bobulova) a ricordare quel tipo di genitore dai principi ottusamente ferrei. I mondi agli antipodi di Cuori puri finiscono inevitabilmente per incontrarsi: e conta meno il dipanarsi della vicenda sentimentale, che si sviluppa con qualche prevedibilità, quanto la descrizione dei caratteri e dei rispettivi ambienti. Simone rimedia un posto da custode d'un parcheggio: e la precarietà del lavoro, lo squallore del luogo, la complessità della convivenza con la comunità del campo rom che vive lì vicino sono indagate con uno sguardo cinematografico che si prende i tempi giusti, raccontando una storia e insieme fotografando una realtà umana e sociale, senza didatticismi o spiriti di denuncia posticci. Roberto De Paolis la stessa attenzione la ripone nella descrizione del mondo di Agnese, una comunità di credenti ritratti per una volta non come fanatici bigotti, come dimostra appunto il personaggio di Stefano Fresi. Simone guarda i rom dall'altro lato dell'inferriata che li separa: e all'inizio accade lo stesso con Agnese, a sottolineare l'estraneità tra due mondi che trovano un punto di contatto nei cuori puri del titolo, nella sostanziale bontà di entrambi, che De Paolis registra con sguardo affettuoso e i due attori, bravi, interpretano con giusto smarrimento e fragilità (Simone Liberati e Selene Caramazza, entrambi non professionisti). E se le musiche ogni tanto aggiungono sottolineature che stonano col realismo dell'assunto, sono bravi nella loro naturalezza gli attori, tra cui è da segnalare Edoardo Pesce nel ruolo d'un criminale di mezza tacca meno sentimentale di Simone. Nel complesso film bello ma non bellissimo.
domenica 30 dicembre 2018
La prima volta (di mia figlia) (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/05/2016 Qui - La prima volta (di mia figlia) è un garbata, mai volgare, commedia del 2015 diretto da Riccardo Rossi, che tratta un argomento abbastanza delicato e complicato ma di grandissima attualità perché la pellicola racconta, con estrema leggerezza e tanto garbo, di un fenomeno sociale ormai diffusissimo: quello dell'essere genitori inadeguati a compiere tale ruolo. Difatti sbirciando nel diario della figlia quindicenne Bianca, Alberto, medico e padre separato decisamente apprensivo, scopre (o forse capisce...) che la sua bambina ha intenzione di perdere la verginità. Sconvolto e in preda al panico più totale, decide di organizzare una cena coinvolgendo la sua più cara amica, la ginecologa Marina, perché dissuada Bianca dal suo intento. Ma la presenza di altri due commensali complicherà non poco il piano di Alberto, trasformando la serata "terapeutica" in una riunione fortemente surreale ma trasformerà (in positivo si spera) per sempre il rapporto tra Alberto e la figlia Bianca. Questo a primo impatto è il classico film che non t'aspetti, uno di quelli che prima di vederlo pensi subito, una boiata. E' invece no perché anche grazie a Riccardo Rossi, nonostante la sua irritante voce, riesce in modo abbastanza magistrale ad ovviare a tante cose, di certo non all'ansia (comprensibile) di un padre quando scopre che la figlia adolescente è ormai in età di perdere la verginità, ed entra in paranoia (giustamente direi). La messa in scena è classica, semplice e lineare, c'è una certa cura per i dettagli, la comicità nasce dall'osservazione in particolare delle piccole cose e anche i titoli di coda nascondono una piacevole sorpresa. Il cuore del film (praticamente il 90%) è la cena organizzata dall'impacciato padre per traumatizzare la figlia, i due (anzi tre) ospiti più inopportuni hanno il ruolo di guastatori, dei classici elefanti in gioielleria e proprio loro innescano le situazioni più comiche e grottesche. Film piccolo piccolo e tutt'altro che memorabile ma uno sguardo lo merita tutto, perché sa fa ridere genuinamente e senza prendersi troppo sul serio. Il film infatti sa essere leggero senza scadere mai nella gag demenziale. Una commedia raffinata, divertente, anche crudele se pensiamo dal punto di vista di un genitore, soprattutto di un padre. Voto: 6
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