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mercoledì 24 novembre 2021

Miss Hokusai (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 24/11/2021 Qui - Un'immersione nella Edo della prima metà del XIX secolo. Una storia di formazione personale e professionale tanto curata nei dettagli quanto densa di carica espressiva, e tuttavia fredda e compassata nel ritmo. La storia di O-ei, talentuosa figlia del più famoso Hokusai (personalmente sconosciuto pittore, ma uno dei principali artisti giapponesi dello stile ukiyo-e [mondo fluttuante]: genere di stampa artistica giapponese), che una propria via al di fuori dell'ombra del padre vorrebbe trovare. L'impostazione è quella di uno slice of life, quindi non esiste, sostanzialmente, una trama, anche se si possono suddividere i diversi episodi in due categorie: una parte riguarda il rapporto fra il pittore e i suoi discepoli e figlie, un'altra riguarda episodi soprannaturali legati al mondo della pittura tradizionale. Questi ultimi episodi sono quelli che maggiormente mi hanno interessato al film, ma anche la figura di O-nao, figlia cieca del pittore, è ben caratterizzata e interessante, più noiosi i vari discepoli che servono ad alleggerire complessivamente il film. Degna di nota (negativa) la musica: il rock è davvero inappropriato e avrei preferito una musica più contestuale. Insomma un film, diretto da Keiichi Hara, prodotto dallo studio Production I.G, tratto dal manga Sarusuberi di Hinako Sugiura, visivamente e concettualmente interessante, ma lento e non convincente del tutto. Voto: 6

mercoledì 27 ottobre 2021

Il giardino delle parole (2013)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/10/2021 Qui - Un'opera, una storia, minimale (e breve) ma molto intensa. Un'opera meno trascinante e articolata (era suddivisa in tre episodi incentrati su tre momenti diversi della vita dei due personaggi principali) di 5 centimetri al secondo (di cui tuttavia, vista la durata di 40 minuti, poteva tranquillamente farne parte), ma ugualmente e come d'abitudine per il regista Makoto Shinkai, sempre esemplare nel mettere in sinergica musica e immagini, nella scansione ritmica che si accorda alla ciclicità delle stagioni (la pioggia: accadimento naturale o fenomeno esistenziale?), è un altro valido tentativo di esplorare i paesaggi interiori attraverso il linguaggio degli anime. Egli nelle sue opere chiaramente ha deciso di indagare le mille sfumature degli amori impossibili, contrastati, improbabili, ma che nascono in qualche modo magico e, tragicamente, dolorosamente, sono costretti a svanire o, forse, a cominciare davvero. Diversamente ma meglio che in Viaggio verso Agartha od Oltre le nuvole, il luogo promessoci quindi, ne Il giardino delle parole riesce, incarnando le sue idee di fare animazione, a renderci partecipe di una storia d'amore non convenzionale ma sincera (tra insegnante e alunno). Pare quasi di esserci in quel giardino, le cui meraviglie, dipinte al variare delle stagioni (di cui sopra), evocano i sentimenti e le emozioni dei personaggi, e di riflesso le nostre. Arrivati ai titoli di coda si ha la piacevole sensazione d'aver respirato quarantasei minuti d'aria pura. Certo, manca di introspezione psicologica, ci sono sia i soliti pregi che i soliti difetti delle opere del regista giapponese, che qui oltretutto quasi si ripete narrativamente e non solo, ma a conti fatti un buonissimo prodotto. Voto: 7

La forma della voce (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/10/2021 Qui - Un film d'animazione molto pessimistico, e ci può stare, ma che, nella sceneggiatura, rivela grossi limiti. C'è una differenza netta fra la forma e il contenuto: bella la forma, i cui disegni sono sopraffini, e anche le atmosfere, ma il contenuto non è assolutamente all'altezza, né della forma né degli altissimi livelli che si è proposta: praticamente quasi tutto quel che è significativo per l'uomo. Disabilità, amicizia, amore, rapporto fra fratelli, senso di colpa eccessivi, altruismo, squilibri materni che si pagano da figli, depressione, aggressività, bullismo. C'è proprio di tutto, le atmosfere sono rarefatte il giusto per dare l'illusione di toccare in profondità questi temi, ma la realtà è deludente: su tutte queste cose, il film (diretto da Naoko Yamada) non sa insegnare nulla, nonostante abbia le pretese di farlo. I personaggi sembrano avere un'evoluzione, ma in realtà non ce l'hanno, ripetendo in modo stereotipato il solito cliché che "è solo tutta colpa mia". Sarà vero che la società giapponese valorizza questi aspetti, ma non si può sempre ripetere le solite cose, peraltro in un film lungo (2 ore), e già molto lento di suo. Almeno si fa capire come l'affetto sia l'unica cosa che tiene vivo un senso positivo dell'esistere, questo è il punto più lodevole, assieme alla toccante descrizione del difficoltoso universo della disabilità, e dei danni del bullismo. Tutte cose buone, assieme agli aspetti puramente visivi: che però non riescono a mitigare quel retrogusto sgradevole di rassegnazione alla depressione, attorno cui il film (adattamento del manga A Silent Voice di Yoshitoki Ōima) sembra che voglia convincere il pubblico, anche in modo morboso (pesante è il continuo rimando al suicidio sullo sfondo, e non solo). Nel complesso sono rimasto piuttosto deluso da La forma della voce, non perché sia un brutto film, ma in quanto avevo accumulato troppe aspettative. Inevitabilmente mi è sembrato un'occasione sprecata, anche in quanto la realizzazione tecnica è di prim'ordine e mi spiace non sia riuscito a suscitarmi grandi emozioni. Voto: 6

sabato 31 luglio 2021

Viaggio verso Agartha (2011)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/07/2021 Qui - Un titolo originale più suggestivo di quello italiano (Bambini che inseguono le stelle) per il film più ambizioso (e però tra i meno riusciti) di Makoto Shinkai. Più intimista nelle sue opere precedenti (in 5 cm al secondo ci riuscì benissimo), affronta qui l'argomento del dopo vita. Perché Viaggio verso Agartha è in fondo la travagliata accettazione della morte. Se non si accetta tale concetto la vita è una continua impasse che impedisce di andare avanti, guardando sempre e comunque solo il passato. Un film che tratta una tematica come questa con estremo garbo e maturità, raccontando il viaggio di formazione dei personaggi fino alla scelta di rispettare il naturale circolo vitale o alterarlo secondo principi più o meno egoistici. Molto buona l'animazione che diventa sempre più minuziosa nei dettagli, soprattutto quando la storia si sposta ad Agartha (con livelli di eccellenza raggiunti nella rappresentazione della natura). Momenti di alto lirismo si alternano però a frammenti più scontati e banali, non bastasse che il tutto proceda molto lentamente, forse con un andamento quasi noioso (non curato al meglio infine il doppiaggio). Nonostante questo è facile affezionarsi subito ai vari personaggi ed ai loro scopi, ognuno di questi pieni di insegnamento e di determinazione per la loro riuscita, seppure non tutti riescono a portare a compimento la propria missione. Alla fine film d'animazione dalla trama piacevole (senza grossi colpi di scena per chi è avvezzo a questo genere di elaborati) e con disegni curati, certamente bello ed interessante, ma nemmeno paragonabile alle opere di Hayao Miyazaki da cui il regista sembrerebbe qui attingere. Voto: 6+

sabato 9 novembre 2019

La città incantata (2001)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 08/11/2019 Qui
Tema e genere: Film d'animazione che, liberamente ispirato al romanzo fantastico Il meraviglioso paese oltre la nebbia della scrittrice Sachiko Kashiwaba, scritto e diretto da Hayao Miyazaki, narra le avventure di Chihiro, una bambina di dieci anni che si introduce senza rendersene conto, insieme ai genitori, in una città incantata abitata da yōkai (spiriti). Qui i genitori della bambina vengono trasformati in maiali dalla potente maga Yubaba e la piccola protagonista decide di rimanere nel regno fatato per tentare di liberarli.
Trama: Una bambina di dieci anni, durante il viaggio che la porterà alla sua nuova casa, giunge ad una città popolata di fantasmi. Chihiro, per sopravvivere, dovrà rendersi utile lavorando. 
Recensione: Siamo in molti a considerare Hayao Miyazaki uno dei più bravi cineasti d'animazione, nonché fumettista, sceneggiatore e produttore giapponese, fondatore dello Studio Ghibli insieme al collega Isao Takahata. La sua particolare sensibilità verso il mondo dell'infanzia la si può apprezzare nei numerosi film che prediligono temi tanto cari al divenire adulto. Il mio vicino Totoro, Ponyo sulla scogliera, Kiki - Consegne a domicilio, Laputa - Castello nel cielo rappresentano il mondo dell'infanzia, bambini che si preparano a capire le avversità del mondo (e anche questa pellicola, proprio come gli altri film che lo hanno preceduto e che lo hanno seguito, pone al centro della propria narrazione una figura a metà strada tra l'infanzia e l'adolescenza, un essere in divenire che deve ancora capire quale sia la strada da intraprendere, e che ovviamente troverà il suo posto nel mondo). La città incantata (titolo originale "Sen to Chihiro no Kamikakushi"), premio Oscar 2003 (ad oggi l'unico cartone animato giapponese a cui è stato assegnato un Academy Award come miglior film d'animazione), è un vero capolavoro di arte cinematografica d'animazione, in cui la forte sinergia tra i mezzi di comunicazione che Miyazaki usa, crea una vera e propria cultura visiva del genere, con una sintassi ricca di unità crescenti di segni e simbologie che caratterizzano il cinema del cineasta nipponico, che in questo film (che ha più contributo al successo mondiale del suo creatore, che aiuta tutt'oggi a sdoganare i pregiudizi sull'animazione giapponese) trova forse il suo manifesto massimo. Ne La città incantata, infatti, ricorrono tutti quegli elementi che hanno rappresentato una sorta di status quo nella produzione del regista e che ne hanno formato in qualche modo non solo lo stile, ma anche (e soprattutto) la poetica. Da una parte la condanna allo sfrenato consumismo, che in questo caso viene simboleggiato palesemente dalla trasformazione degli ingordi genitori in maiali senza senno, dall'altra l'inno sempre presente alla natura, che in questa pellicola assume come sempre un ruolo avvolgente, quasi allucinatorio. Allucinatorio non a caso, travestito da fiaba per bambini, una grandissima fiaba, e nel miglior senso del termine, di quelle che quando sei bambino ti fanno innamorare per l'ambientazione magica e pittoresca, ma allo stesso tempo ti spaventano per via di una serie di inquietanti avvenimenti che non ti lasciano certo indifferente, ma che ti aiutano ad esorcizzare le tue paure (come quelle della protagonista che imparerà a comportarsi da adulta ed abbandonare tutti i suoi vizi più fastidiosi e le convinzioni sbagliate), questo racconto si rivela difatti altamente allegorico, nonostante ciò, si dimostra adatto a tutte le fasce di età, grazie proprio ad una narrativa interpretabile su più piani di lettura.