Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 09/11/2020 Qui - Se si riesce a passare la prima metà del film, decisamente prolissa, retorica, pomposa (come d'altronde doveva essere l'ambiente militare nella Francia di fine Ottocento), L'ufficiale e la spia (tratto dall'omonimo romanzo del 2013 di Robert Harris, anche co-autore della sceneggiatura assieme al regista) si rivela una visione decisamente godibile (tutta la vicenda si segue con attenzione), che associa l'evidente importanza e attendibilità dei contenuti con una narrazione snella, solida ma scorrevole. Il ritorno di Roman Polanski dietro la macchina da presa dopo Quello che non so di lei è nel segno dell'impegno civile e, ancora una volta, della memoria, è infatti ben chiaro il focus della vicenda (l'affare Dreyfus) sull'antisemitismo che ne diede il via. In un clima europeo enormemente teso e in una montante campagna di odio verso gli ebrei ebbe luogo uno scandalo tanto potente da spaccare l'opinione pubblica in due e causare dimissioni di alti ufficiali e ministri francesi. Tutto questo ne L'ufficiale e la spia c'è, e Polanski restituisce con grande perizia allo spettatore quell'atmosfera confusa e rabbiosa nella quale (attenzione che arriva la strizzatina d'occhio alla contemporaneità) intervennero giornalisti, politici e perfino "liberi pensatori" di vasta influenza come lo scrittore Emile Zola a muovere le acque generando dubbi, sospetti, complotti e controcomplotti (la Storia ha dato ragione agli accusatori, a ogni modo). E' difficile muovere critiche vere a questo film se non fosse che manca di sentimento, è come se il pittore fosse troppo preso dai dettagli da dimenticarsi cosa dipinge. La rappresentazione politica è uno sfondo, lo stesso Dreyfrus lo è, un quasi irriconoscibile (ma pur sempre bravo) Louis Garrel, ed il personaggio di Picquart (comunque impeccabilmente interpretato da Jean Dujardin), sebbene il protagonista della storia, rimane alquanto evanescente (nel buon cast non manca in ogni caso Emmanuelle Seigner e c'è pure una particina anche per Luca Barbareschi, che è del resto fra i produttori). Questo J'accuse manca di qualcosa nella sua perfezione, manca di una vera e propria anima, è tutto concentrato sulla sua storia, anzi, sulla STORIA. Nonostante questo è un film più che dignitoso appunto su un pezzo di storia con molte ombre e pochissime luci della Francia di fine '800. Voto: 7
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domenica 8 novembre 2020
venerdì 12 luglio 2019
Il ritorno dell'eroe (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/04/2019 Qui - La lunga tradizione delle commedie francesi non si smentisce: Il ritorno dell'eroe (Le retour du héros) di Laurent Tirard è un lavoro leggero, ben confezionato e piacevole. Questo film del 2018 infatti, del regista transalpino abbastanza affermato in patria, regista capace di donare commedie simpatiche e spigliate con una vena appena accennata di surrealità che conferisce un certo stile alle sue opere, che alla seconda fatica con Jean Dujardin, dirige un film simpatico e scorrevole, contrappuntato da un gioco letterario-giocoso che conta esclusivamente sui due protagonisti, tant'è che gli altri attori sono solo sfondi (anche se il loro lavoro lo svolgono davvero egregiamente), è un gradevole film in costume, di produzione ovviamente francese, con personaggi ben definiti, dialoghi ironici e scene ben dirette. Costruire il personaggio di un eroe addosso ad un capitano disertore, fanfarone ed arrivista non è facile, però viene proprio bene in questo caso. E' questo elemento difatti la molla che muove tutto il meccanismo di questa commedia leggera e gradevole, mai volgare e sostenuta da due attori che si intendono molto bene come Jean Dujardin nella parte del lestofante e della bisbetica Elisabeth interpretata da Melanie Laurent. Il ritorno dell'eroe è infatti una commedia degli equivoci in piena regola, a tratti quasi slapstick, tutta basata sulla mimica facciale e sulle battute. Il film difatti, che racconta (il film è ambientato nell'Ottocento) del capitano Neuville che parte per il fronte, lasciando la fidanzata disperata, ma la sorella di questa, Elisabeth, finge di essere lui in un rapporto epistolare fasullo con la giovane, per consolarla, non sapendo che ciò potrebbe essere controproducente al ritorno dell'eroe che poi eroe non è, infatti coperto di stracci e vergogna, ritorna in anonimato dopo aver disertato il suo reggimento, che non si fa quindi sfuggire l'occasione di vestire i panni di quel Capitano che ormai popola (per colpa delle storie inventate di lei) l'immaginazione di tutti, anche solo per riguadagnare la sua posizione sociale, è un gioco brillante di comicità, tra realtà e finzione. A tal proposito, lo scontro tra realtà e finzione è proprio ciò che dà carburante alla maggior parte del film.
mercoledì 10 aprile 2019
Möbius (2013)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 07/12/2017 Qui - Di genere spy story ma di stampo classico, non particolarmente originale né tantomeno imprevedibile o con colpi di scena è Möbius, film di spionaggio del 2013 scritto e diretto da Eric Rochant, lui che vent'anni dopo Storie di spie (secondo molti uno dei migliori film di spionaggio dell'intera storia del cinema), torna a misurarsi con i meccanismi narrativi convulsi, ambigui e volutamente oscuri tipici del thriller spionistico. Lo fa combinando il gioco tradizionale degli inganni e delle false apparenze di cui il genere si nutre da sempre, con aggiornate riflessioni sul rapporto tra politica e alta finanza, ma soprattutto dando largo risalto a un coté romantico, l'appassionata seppur inverosimile storia d'amore tra un'agente americana e una spia russa, entrambi impegnati, su fronti opposti, a smascherare le malefatte di un magnate del mondo degli affari. Una vicenda quindi che si dipana, come di prammatica, tra scenari multinazionali lussuosi ed esotici, il Principato di Monaco, in primis, Mosca, Bruxelles, ecc. Peccato che, a questo spettacolo fastoso e magniloquente, seppur viene girato con sufficiente disinvoltura dal regista, manca proprio di quella densità espressiva e di quel rigore che facevano di Storie di spie una pellicola indimenticabile.
sabato 22 dicembre 2018
French connection (2014)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 04/04/2016 Qui - French Connection (La French) è un drammatico film d'azione francese, un thriller noir del 2014 diretto da Cédric Jimenez. Il film si ispira a fatti e vicende realmente accaduti, negli anni Settanta infatti, Marsiglia è stata la capitale mondiale del traffico di eroina. Un traffico di droga, gestito con avidità e crudeltà da mafiosi locali senza che nessuno o quasi faccia nulla per impedirglielo. Solo un giovane giudice però Pierre Michel (Jean Dujardin) arrivato da Metz, città del nord della Francia, accompagnato da sua moglie e dai figli, incorrotto e incorruttibile, che ha giurato di affrontare la mafia francese e di far cadere a tutti i costi il padrino della costa marsigliese, Gaétan Zampa (Gilles Lellouche), deciderà di mettersi al lavoro per fermarli, conducendo delle delicate indagini al fine di sgominare ed arrestare alcuni esponenti della cosca mafiosa della città di Marsiglia, denominata, appunto "French Connection". Ma il compito per lui non si rivelerà facile ed, anzi, tra personaggi corrotti e delinquenti incalliti e pure molto accorti, il suddetto giudice verrà ostacolato molteplici volte per poi soccombere di fronte ad un sistema ed una realtà ben radicati e più grandi di lui, per riuscirci infatti pagherà (prima di Falcone e Borsellino) un prezzo altissimo. Il giudice si mette a capo di un pugno di uomini scelti, e nonostante gli avvertimenti, decide di portare avanti la sua crociata solitaria ma capirà ben presto che per ottenere dei risultati concreti deve cambiare il suo metodo di lavoro. Il giudice assediato nel pubblico come nel privato, dichiara guerra alla rete mafiosa del boss, che gestisce il business della droga e prospera grazie alla sua esportazione, gli tende la rete e lo attende paziente. Irriducibile e carismatico, come il suo antagonista, Zampa (figura emblematica e padrino intoccabile della mafia marsigliese) però, non si lascia intimidire, muovendosi agilmente tra la Costa Blu e gli States e seminando dietro di lui morte, vendetta e risentimento. Jacqueline (Céline Sallette, Les revenants) intanto, la consorte apprensiva, è turbata dalla sua ostinazione e da quella sua lotta ostinata che mette in pericolo le loro vite, i timori di Jacqueline infatti si concretizzano il 21 ottobre del 1981, quando Pierre Michel viene assassinato in strada e nella Francia del neo eletto François Mitterrand. Fortunatamente per noi e per la storia il boss non la passerà poi tanto liscia.
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