Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/03/2019 Qui - Forse l'interesse maggiore del film, del film
Jungle (del 2017), sta nel fatto che trattasi di famigerata storia vera e, indipendentemente da come possa apparire al primo sguardo, questa volta più vera del solito. Nel senso che per quanto ne so (non ho letto il romanzo autobiografico), ripercorre piuttosto fedelmente, eccetto qualche comprensibile "accelerazione" o "colorazione", l'avventura che si è trovato a vivere il giovane malcapitato e, diciamolo, ingenuo, Yossi Ghinsberg nei primi anni '80 del secolo scorso (insieme ai compagni di sventura Marcus Stamm e Kevin Gale), incontrati in Bolivia. Avventura che è presto detta, quattro giovani amici partono alla volta del cuore della foresta amazzonica, quella che inizia come un'avventura da sogno si trasforma presto in un incubo totale a causa di una fraudolenta guida. Un'avventura in cui (come nel libro
Lost in the Jungle) il protagonista racconta e il regista (ben) ci fa vedere, anche gli aspetti, più in ombra della vicenda, lo stato mentale e fisico di profonda prostrazione, in cui finì, che lo spinse ai limiti della follia e poi la descrizione dell'ambigua guida, della quale si persero completamente le tracce. Dicevo bene, perché a portare sul grande schermo questa storia è
Greg McLean (da uno script di
Justin Monjo), il quale, facile intuirlo, deve aver visto nell'idea di un ecosistema che divora l'essere umano delle assonanze con l'incipit del suo film d'esordio, l'acclamato
Wolf Creek. In quell'occasione la naïveté dei malcapitati turisti di turno li faceva piombare nelle fauci di un sadico anarchico come Mick Taylor, che con il suo carisma finiva per fagocitare un po' tutto, compreso il ruolo di protagonista della pellicola. In
Jungle la prospettiva è assolutamente ribaltata: non esiste un vero villain e il ruolo del protagonista è affidato alla carne da macello, la vittima, il cui inesorabile annichilimento psicofisico diventa il tema centrale del racconto. Un racconto forse non nuovo, anche perché non è certo il primo film a trattare di uomini civilizzati che affrontano il martirio dell'inferno verde, ma che riesce tuttavia a colpire lo spettatore (meglio per esempio che in
Civiltà perduta), anche mostrando quanto possano le condizioni estreme ribaltare i rapporti (nella prima parte) e quando l'istinto di sopravvivenza più puro e un pizzico di fortuna (nella seconda) possono fare la differenza quando sei solo e impreparato a ciò che ti aspetta, ovvero un inferno.