Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 12/10/2020 Qui - Pur di far colpo su una ragazza (la Lucy Boynton di Bohemian Rhapsody) di un anno più grande di lui, il quindicenne Conor (all'epoca esordiente Ferdia Walsh-Peelo, poi una particina in Vikings) mette su una band musicale: un progetto nato quasi per caso, che si trasforma in un'enorme opportunità per fare fronte al bullismo di qualche compagno, al dispotismo del direttore dell'istituto scolastico e ai continui litigi tra padre e madre. Dopo l'acclamato e toccante Once, l'irlandese John Carney (che ha musica nel cuore, questo è il terzo dopo il discreto Tutto può cambiare e quel bellissimo film vincitore di un Oscar per la struggente canzone Falling Slowly) gira un film sotto forma di racconto di formazione che è un tributo alla musica pop degli anni '80 (quella che vide affermarsi gruppi come i Duran Duran, Spandau Ballet, Hall & Oates, The Cure e i Clash, tutti infilati nella colonna sonora) carico di leggerezza e ottimismo. Sing Street è infatti un teen movie sentimentale che concede moltissimo spazio alla musica, puntando sulla metafora di Londra come terra promessa per gli irlandesi che all'epoca se la passavano piuttosto male. Se la parte di film ambientata a scuola o quella che dà conto delle prove per le canzoni e per i video (siamo in piena esplosione del videoclip musicale) possono dirsi assai originali e pienamente riuscite, altrettanto non può dirsi per la lunga sotto-trama sentimentale, che si avventura in un pistolotto sul riscatto del fratello maggiore del protagonista (interpretato da Jack Reynor), che vive indirettamente l'affermazione di quest'ultimo. Tuttavia bel film, una storia delicata, ben interpretata da giovani attori (non solo i due protagonisti), e soprattutto ben musicata, anche da brani del tutto nuovi e molto suggestivi composti appositamente per il film. Un film onesto, sincero, musicalmente (ma non solo) delizioso. Voto: 7- Home page
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lunedì 12 ottobre 2020
Sing Street (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 12/10/2020 Qui - Pur di far colpo su una ragazza (la Lucy Boynton di Bohemian Rhapsody) di un anno più grande di lui, il quindicenne Conor (all'epoca esordiente Ferdia Walsh-Peelo, poi una particina in Vikings) mette su una band musicale: un progetto nato quasi per caso, che si trasforma in un'enorme opportunità per fare fronte al bullismo di qualche compagno, al dispotismo del direttore dell'istituto scolastico e ai continui litigi tra padre e madre. Dopo l'acclamato e toccante Once, l'irlandese John Carney (che ha musica nel cuore, questo è il terzo dopo il discreto Tutto può cambiare e quel bellissimo film vincitore di un Oscar per la struggente canzone Falling Slowly) gira un film sotto forma di racconto di formazione che è un tributo alla musica pop degli anni '80 (quella che vide affermarsi gruppi come i Duran Duran, Spandau Ballet, Hall & Oates, The Cure e i Clash, tutti infilati nella colonna sonora) carico di leggerezza e ottimismo. Sing Street è infatti un teen movie sentimentale che concede moltissimo spazio alla musica, puntando sulla metafora di Londra come terra promessa per gli irlandesi che all'epoca se la passavano piuttosto male. Se la parte di film ambientata a scuola o quella che dà conto delle prove per le canzoni e per i video (siamo in piena esplosione del videoclip musicale) possono dirsi assai originali e pienamente riuscite, altrettanto non può dirsi per la lunga sotto-trama sentimentale, che si avventura in un pistolotto sul riscatto del fratello maggiore del protagonista (interpretato da Jack Reynor), che vive indirettamente l'affermazione di quest'ultimo. Tuttavia bel film, una storia delicata, ben interpretata da giovani attori (non solo i due protagonisti), e soprattutto ben musicata, anche da brani del tutto nuovi e molto suggestivi composti appositamente per il film. Un film onesto, sincero, musicalmente (ma non solo) delizioso. Voto: 7lunedì 5 ottobre 2020
La mia Africa (1985)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 05/10/2020 Qui - Un film che fa parte di quel filone hollywoodiano di kolossal sentimentali, un genere intramontabile che sia Casablanca o Via col vento, Balla coi Lupi, Ritorno a Cold Mountain o Australia, cambiano le storie (nemmeno più di tanto) ma in realtà è la solita formula collaudatissima che non conosce crisi e soprattutto epoca. Ecco, forse è proprio questo il grande limite de La mia Africa, l'essere un grande film, grande in tutto ma inevitabilmente costruito sui cliché del genere (confezionato apposta per strappare lacrime agli animi più sensibili). Non c'è nulla di nuovo, tutto è prevedibile, tutto è scontato. Va detto però che le superbe interpretazioni, la splendida regia e i paesaggi mozzafiato non possono essere liquidati come secondari e soprattutto il ritmo, che è sostenuto, non fanno di questo film il classico mattone, sebbene possa dare questa idea. Sopravvalutato sì, eccessivi parrebbero i 7 Oscar vinti, soprattutto ripensando ai film di quell'anno (robine proprio niente male), ma non si può certo dire che sia un brutto film. La mia Africa infatti, ispirato all'omonimo romanzo autobiografico di Karen Blixen (la storia è quella di una giovane nobildonna danese che, stanca delle buona società europea, decide di andare in Africa per celebrare un matrimonio di interesse con un amico, ma l'unione, benché fallimentare, si rivelerà veicolo di un duplice amore, tanto inatteso quanto dirompente), diretto da un bravo mestierante quale Sydney Pollack (ricordate Tootsie vero?), che proprio grazie a questo film vincerà l'unico Oscar per la miglior regia, è indubbiamente un bel film. Un film in cui fotografia e scenografia ci mostrano tutta la bellezza della natura africana ed in cui Meryl Streep si erge come un colosso micenico, il suo mito perpetua da questo punto, lei che giovane attrae, lo spettatore ma soprattutto Robert Redford, qui nei panni del classico solitario piacione. Una nota di merito spetta poi alle musiche di John Barry che, col loro mix di classico ed etnico, rendono perfettamente la sensazione di incontro-scontro tra culture che il regista vorrebbe trasmettere. Volendo infine fare un rilievo critico, va detto che, come in gran parte del western filo-indiano, l'immagine dei cosiddetti "selvaggi" è eccessivamente semplicistica, troppo appiattita su una manciata di stereotipi buonistici ai quali, quando si parla di Africa, è arduo sfuggire. C'è da dire infine che dalla storia romanzesca qui presente mi aspettavo certamente un maggior coinvolgimento (in certe parti poi ci si perde un po' via), ma in linea di massima indubbiamente meritevole, non di tutti quegli Oscar, ma di farsi guardare, soprattutto dagli animi romantici. Voto: 7
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Stuff - Il gelato che uccide (1985)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 05/10/2020 Qui - Altro esempio di cinema classico anni '80, quello del B-Movie, anche se The Stuff sembra essere uscito dritto dritto da un drive in degli anni '60, ad opera di un altro regista, Larry Cohen, che del genere è quasi un pioniere. Anche lui come Stuart Gordon recentemente scomparso, lui che da un'idea geniale e idiota al tempo stesso (il film ha infatti un "protagonista" assolutamente inconsueto di cui, per essere il più possibile benevoli, si può dire che è piuttosto inespressivo e anche piuttosto freddino, si tratta difatti di un...micidiale dessert alieno venduto, chissà come, nei fast food...), sforna un horror abbastanza divertente che vuole anche essere una critica alla pubblicità e al suo effetto sulla popolazione. E in tal senso, codesta critica alla società consumistica (americana) funziona, così come lo sberleffo alla politica, alle forze militari. Essendo un tipico film a bassissimo costo, gli si perdona qualche ingenuità di sceneggiatura e qualche prova recitativa appena appena decente (nonostante la presenza, come special guest star, del bravo Danny Aiello), ma alcune situazioni sono talmente ridicole e dementi che è impossibile non ridere, così tanto che il grottesco prende il sopravvento e il film non riesce a spaventare neanche quando dovrebbe o potrebbe. Non che sia quello il suo obbiettivo, però troppo virato al trash, seppur è proprio questo a dare alla pellicola una certa valenza. Una pellicola ingenua, divertente, con qualche effetto speciale piuttosto simpatico (alcuni di questi tuttavia, addirittura disgustosi, ma niente comunque in confronto a Cronenberg). Molto bravo il "giullare" Michael Moriarty, convincono poco gli altri (tra i tanti ecco spuntare Garrett Morris, l'Earl di 2 Broke Girls), soprattutto il bambino, penalizzato, peraltro, da dialoghi banali. Il finale scade un po' per l'eccessiva velocità con cui tutto si risolve (peccato per qualche buco di sceneggiatura), ma in generale i toni sono piuttosto leggeri e ironici, rendendo godibile la visione. Concludendo, The Stuff è un'opera sufficiente (messa in scena e regia, peraltro, non da ricordare), paradossalmente anche per merito di una sceneggiatura non di esclusivo intrattenimento. Voto: 6
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