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giovedì 4 marzo 2021

The ABCs of Death 2 (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 04/03/2021 Qui - Dopo un primo film che dettava le coordinate del genere (ispirarsi a una lettera che rappresentasse l'iniziale del titolo), il ritorno dei terroristi dell'alfabeto, nuovamente intenzionati a declinare la morte e la sofferenza in meno di cinque minuti (26 nuovi registi all'opera, pochi quelli conosciuti, almeno da me, dal grande pubblico non saprei, molti i nomi nuovi, addirittura c'è un episodio diretto da un regista nigeriano, Lancelot Oduwa Imasuen, di cui segmento tuttavia, L is for Legacy, nella schiera dei due peggiori insieme a G is for Grandad di Jim Hosking). Ebbene, missione compiuta anche questa volta, anzi, rispetto al primo, mediamente i cortometraggi sono più interessanti e meno banali (va bene che non c'è la vetta assoluta che faccia ombra agli altri episodi, ma gli eccessi gratuiti sono molti di meno e più di un lavoro è di buonissima qualità). Se devo infatti scegliere fra la prima antologia e questa, propendo per questa seconda, generalmente più omogenea e di qualità complessiva leggermente superiore. Con diversi dosaggi ma l'ironia nera è una costante per tutti gli episodi o quasi, a volte con risultati persino sorprendenti o fulminanti. Difatti tra i migliori eccone alcuni, E is for Equilibrium di Alejandro Brugués e O is for Ochlocracy di Hajime Ohata, e poi da segnalare (ironia nera o no) ci sono I is for Invincible di Erik Matti, K is for Knell di Kristina Buožyte e Bruno Samper, S is for Split di Juan Martinez Moreno e V is for Vacation di Jerome Sable. Sempre tra i migliori, ma di registi noti, non deludono affatto, anzi, C is for Capital Punishment di Julian Gilbey (regista di A Lonely Place to Die), N is for Nexus di Larry Fessenden (regista ed attore, l'ultimo in questa veste I morti non muoiono), T is for Torture Porn di Jen e Sylvia Soska (American Mary) e X is for Xylophone di Alexandre Bustillo e Julien Maury (registi di Leatherface), delude invece Vincenzo Natali (si ricordi di Cube - Il cubo) con U is for Utopia. Per il resto, discretamente riusciti B is for Badger di Julian Barratt e Y is for Youth di Soichi Umezawa, solo sufficientemente riusciti A is for Amateur di E. L. Katz, F is for Falling di Aharon Keshales e Navot Papushado, H is for Head Games di Bill Plympton, M is for Masticate di Robert Boocheck e Q is for Questionnaire di Rodney Ascher, poco riusciti invece J is for Jesus di Dennison Ramalho e R is for Roulette di Marvin Kren. All'appello ne mancano quattro, decisamente diversi dagli altri, infatti ci sono due episodi che omaggiano qualcosa, il primo, P is for P-P-P-P SCARY! di Todd Rohal, le gag anni '30, purtroppo irritante, non male invece il secondo, W is for Wish di Steven Kostanski, che omaggia le linee di pupazzi della Mattel. E infine ci sono due episodi decisamente malati (più di alcuni altri), ma se non del tutto riuscito è D is for Deloused di Robert Morgan, lo è (seppur in parte) Z is for Zygote di Chris Nash, assurda fiaba moderna con finale efficace. In tal senso, la cosa più bella di The ABCs of Death 2 è il ritmo e la capacità di raccontare tante storie con semplicità e quasi sempre con efficacia. Anche in questo caso tuttavia complicato è dare un voto generale ai ben 26 episodi, ma a parte la bella sigla accompagnata da primi piani sulle pagine di un libro contenente una lezione e il livello di base leggermente più alto rispetto al precedente, è comunque un pochino migliore, per il fatto che a questo secondo giro non ci sono (troppi) corti inutili e che complessivamente ogni palato può essere soddisfatto. Voto: 6+

giovedì 28 novembre 2019

Most Beautiful Island (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 28/11/2019 Qui
Tema e genere: Sospeso tra thriller psicologico, dramma e film di denuncia sociale, Most Beautiful Island racconta la storia di Luciana, una giovane donna spagnola immigrata a New York, con alle spalle un lutto che non ha ancora superato, che si ritrova inavvertitamente protagonista di un crudele gioco in cui vengono messe a rischio delle vite per l'intrattenimento perverso di pochi privilegiati.
Trama: Luciana, una giovane donna immigrata a New York, si sforza di sbarcare il lunario mentre tenta di sfuggire al proprio passato. Come ogni giorno, affronta una serie di problematiche e imprevisti quando, prima che la sua giornata sia finita, un lavoro si trasforma in qualcosa di stranamente ambiguo.
RecensioneMost Beautiful Island segna il claustrofobico esordio alla regia di Ana Asensio e tocca temi forti e delicati come la condizione degli immigrati e lo sfruttamento dei più deboli, tralasciando però qualcosa che andava approfondito. Della storia si è già detto, e comunque il tutto porterà (per colpa della sua amica Olga, Natasha Romanova) ad un luogo in cui la ragazza correrà un insospettabile pericolo. Da qui inizia forse la scena più bella di un film che, comunque, non convince fino in fondo, con la tensione che aumenta esponenzialmente avvicinandosi alla scoperta del reale fine della festa: nessuno dice nulla alla protagonista, mentre le altre donne presenti in questo scantinato newyorkese asettico e spoglio entrano, a turno, in una stanza, con la porta che si richiude alle loro spalle, cui fanno seguito applausi o urla. Luciana cerca di capire cosa c'è in quella borsetta chiusa ermeticamente che le hanno dato, e quel lavoro che le frutterà 2000 dollari rimane misterioso fino a quando non lo dovrà affrontare, senza poter ormai più scappare né tirarsi indietro. Luciana ha con sé un dolore: qualcuno, probabilmente sua figlia, non c'è più, lei non è a New York solo per lavoro, ma per fuggire da un passato che vuole dimenticare e lasciarsi alle spalle. Il film cerca di mettere in scena sia la solitudine di una donna che non sa come sopravvivere in una città sconosciuta dove non ha nessuno, sia l'elaborazione del lutto per aver perso una delle persone più importanti della sua vita. Di questo Luciana si sente responsabile, forse per essere ancora viva mentre sua figlia non lo è più. Tuttavia la questione non è chiara, e sapere qualcosa in più sul passato di Luciana avrebbe arricchito il film e il personaggio: cosa ha perso? E cosa cerca? Troppe le domande che vengono lasciate senza risposta, tra cui quella su cosa l'esordiente (alla regia) Ana Asensio voglia realmente dire. Luciana probabilmente capisce qualcosa di sé nel corso della storia, ma non è chiaro se riesca a trovare quello che cerca o a sentirsi nuovamente viva attraverso quella terribile esperienza, tanto da domandarsi se ciò che cercasse davvero fossero effettivamente quei 2000 dollari. Suspense a parte, il lungometraggio della Asensio ha l'ambizione di dare un senso di amarezza, ma lo fa attraverso l'utilizzo di espedienti banali, per suscitare una reazione forte nello spettatore, che distraggono dalla poca efficacia del film.