Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 05/11/2020 Qui - Incommentabile, non si può aggiungere altro. Come girare un'opera che non rientra in nessun genere e in realtà abbracciarli tutti, peraltro con una durata assurda (4 ore) e non sentire (c'è da dire però che non l'ho visto in una sola volta) neanche un attimo di noia, anzi, ne vorresti ancora? Chiedete a Sion Sono, regista di un film decisamente incredibile per inventiva e molto altro. Love Exposure è principalmente l'ennesima dissertazione ora demenziale, ora surreale a scardinare pezzo per pezzo l'istituzione (famigliare, religiosa, societaria), forzatissimo e molto stile anime eppure con una forza prorompente ed inarrestabile. La storia è in fondo semplice, dalla ricerca dell'anima gemella, all'innamoramento, dall'amore non corrisposto, al vivere felici e contenti. La differenza rispetto ad un qualunque altro film che tratta lo stesso argomento è che qui in mezzo c'è tutto, valori e violenze familiari, religione e fede, perversioni e sentimenti. Vi si trovano infatti argomenti che spaziano dalla critica al sentimento religioso (sia delle religioni codificate che delle nuove sette) alla romantica storia d'amore chiaramente impossibile, dai turbamenti erotici adolescenziali alla satira sulla paludata e benpensante società giapponese, dalla rappresentazione delle arti marziali agli splatterismi stile Tarantino (anche se è proprio Quentin che si è fatto influenzare da un certo stile nipponico). Il tutto mescolato con intelligenza e realizzato in modo demenziale, grottesco, drammatico, addirittura splatter. Si ride spesso, si sente l'ammiccamento erotico che pervade tutto il film, ci si immedesima nell'odio profondo verso la setta che fa il lavaggio del cervello alla Yoko della brava Hikari Mitsushima, si tifa per l'infelice e incompreso Yu (Takahiro Nishijima). C'è una colonna sonora che include la musica classica, il rock e finanche il pop psichedelico, che dà ritmo a tutte le scene del film, di un film sicuramente non perfetto (il regista a volte si fa prendere troppo la mano come spesso gli capita) ma coinvolgente, una miscela di tanti generi cinematografici assemblata in maniera eccellente. In definitiva opera complessa e molto interessante è questa, un'opera da vedere, anche solo per provare, ma attenzione, giacché l'opera rischia di non prestarsi ad un intrattenimento immediatamente fruibile, ci vuole tempo difatti, però se ti prende difficile pentirsene, soprattutto se a vederlo sono gli amanti del cinema giapponese, a cui il film sembrerebbe innanzitutto rivolgersi. Voto: 7,5
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giovedì 5 novembre 2020
Strange Circus (2005)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 05/11/2020 Qui - Il furore estetico e visionario di Sion Sono (che qui non va molto per il sottile) si manifesta in tutto il suo potere comunicativo in questo interessante film, un film che si snoda attraverso tre livelli temporali di lettura, affidando ad ognuno di essi una presenza femminile (la stessa attrice, Masumi Miyazaki, che interpreta tre ruoli differenti) incrociandoli e mescolandoli per farli convogliare in un comune senso narrativo finale. Il regista usa l'horror e il dettaglio splatter senza mortificare (nessuna immagine è morbosamente spiattellata), vuole mettere in evidenza stratificazioni profonde che riguardano i profili femminili delle tre protagoniste invertendone i punti di vista, confondendo i piani del racconto con una non comune abilità. Uno degli strumenti più efficaci a cui egli ricorre è l'accompagnamento musicale, intenso e raffinato. Come poche volte riesce, il suono (di cui il regista è il compositore) armonizza, completa e riequilibra l'estremismo visivo, mantenendo lo spettatore sul piano dell'attenzione e della riflessione senza farsi manipolare dalla crudezza delle immagini (come suggerisce il titolo sembra di stare dentro un circo, ma non è certo un circo in cui i bambini vanno a divertirsi quello che ci viene mostrato, è invece una fiera della depravazione e dell'ambiguità umana, ed è impossibile rimanere indifferenti di fronte ad un'opera così forte, ad un intenso concentrato di violenza fisica e psicologica). L'ambientazione scenica è curata e dettagliata, colori significanti e inquadrature stranianti mostrano un senso estetico rilevante che riesce da solo a determinare stati d'animo, a suscitare emozioni, a far scivolare inesorabilmente dentro la complessità del film, lo spettatore. Strange Circus illustra un mondo senza speranza, dove il male assoluto infetta inesorabilmente e rigenera mali minori, in particolare ne subisce le conseguenze la condizione femminile incapace però di imporre valori diversi o di ricorrere a una semplice vendetta: ci riesce parzialmente la figura di Yuji, il collaboratore asessuato che si svelerà come l'incarnazione o la trasformazione di una delle protagoniste. Sotto forma di angelo sterminatore dalle sembianze maschili compie un'estrema e giustificata violenza, ma il piano del racconto è ormai totalmente ribaltato senza fare comprendere se si tratti di sogno, di realtà o di inventiva letteraria. Attrazioni deliranti e spettacolari, materiale da discussione in sovrabbondanza, dirige Sion Sono, chi sennò. Certo, si fa prendere troppo la mano diventando un po' troppo ripetitivo e dilungandosi più del dovuto, e pur avendo molti pregi, ne preferisco altri, però che film, decisamente estremo e davvero non per tutti. Voto: 7
Noriko's Dinner Table (2005)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 05/11/2020 Qui - Siete stati abbandonati dalla moglie, da un figlio, i vostri nipoti vi hanno lasciato solo in un ospizio? Niente paura, la soluzione è a portata di clic: una bella famiglia felice in affitto (per qualche ora, si intende). Questa l'idea portante di un film complesso, strettamente collegato ad un altro film di Sion Sono, Suicide Club, ma non è da considerarsi propriamente un sequel anche se qui vengono ripresi i fatti dell'opera precedente (opera che fa parte di una trilogia riguardante l'alienazione della società giapponese di cui questo appunto è la seconda parte), diviso in cinque capitoli dove ogni personaggio racconta la storia dal suo punto di vista. Un film in cui il regista nipponico è bravo una volta di più a mostrarci l'alienazione dell'essere umano e del suo popolo in particolare, anche se in alcuni frangenti i personaggi più che alienati possono sembrare alieni tanto è folle il loro comportamento. Ma al di là di sequenze più o meno assurde, che però fanno assolutamente parte del gioco, si può dire che il tentativo di Sion Sono di sgretolare l'identità dell'individuo sia pienamente riuscito. La sceneggiatura m'è parsa non esente da un certo numero di errori che però sono mascherati da un'atmosfera di estraniamento che tende a far perdere di vista la storyline allo spettatore che invece si concentra sull'aspetto emotivo di cui le tre interpreti principali (Kazue Fukiishi, Yuriko Yoshitaka e Otake Tsuzumi) sono muse perfette. Ineccepibile la regia e la caratterizzazione dei personaggi per un film indubbiamente validissimo che ha solo il difetto (oltre a quelli già accennati) di essere leggermente discontinuo in alcuni tratti in relazione alla sua durata. Preso come film a sé sarebbe un 7 ma gli do un mezzo voto in meno in relazione alla filmografia del regista, soprattutto in relazione al precedente Suicide Club, ancor più destabilizzante di questo qui, che resta in ogni caso una tappa fondamentale per il cinema del regista nipponico, che riconferma il suo talento estetico, narrativo e di regia. Voto: 6,5
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