lunedì 25 novembre 2019

Solaris (1972)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 25/11/2019 Qui
Tema e genere: Film psico-fantascientifico tratto dal romanzo di Stanislaw Lem e messo su pellicola dal grande regista russo Andrej Tarkovskji.
Trama: Nella stazione spaziale in orbita intorno a Solaris, pianeta misterioso, accadono strani incidenti. Un celebre psicologo giunto in perlustrazione scopre che Solaris materializza tutte le immagini sepolte nella memoria degli astronauti. Individuato il "male", lo psicologo si trova a sua volta invischiato dall'entità aliena tanto da ritrovarsi (nella fantasia o nella realtà?) accanto alla moglie morta da anni, nella loro verdissima isba immersa nella campagna russa.
Recensione: Quella che, al momento dell'uscita, venne denominata come "La risposta della cinematografia sovietica a 2001: Odissea nello spazio", non mi ha del tutto convinto. Allora la principale destinazione delle critiche negative fu la sconsiderata opera di taglio e cucito imposta dalla distribuzione italiana, ma, a mio avviso, anche la versione integrale (di 2 ore e 40 minuti circa) è ben lontana dall'evocare le atmosfere ipnotiche e lisergiche del mitico film di Stanley Kubrick (mentre sul doppiaggio una parola, osceno, le parti non tradotte rendevan tutta un'altra atmosfera). Non che Andrej Tarkovskji non sappia il fatto suo in materia cinematografica e nemmeno che in questo Solaris non se ne veda l'impronta, eppure trovo che il risultato sia meno suggestivo ed avvolgente di quanto avrebbe dovuto o potuto essere. Il soggetto, fanta-coscientifico, della materializzazione dei pensieri (che siano ricordi piacevoli o paure) dell'uomo, è di una certa efficacia (tanto che in seguito verrà più volte ripreso e riproposto) e nelle mani del cineasta bielorusso si carica ulteriormente di pathos, fornendo l'occasione per riflettere sull'uomo e la sua condizione di solitudine e fragilità. Condizione dalla quale esso cerca di fuggire attraverso l'innaturale compagnia di riproduzioni, repliche, idealizzazioni materializzate, di figure che animarono il suo passato ed alle quali esso si appoggia per non fronteggiare la dura realtà del presente. Non solo: se l'uomo, reale, cosciente, fatto di atomi, si arrende alla debolezza e si rifugia tra le braccia di un ricordo animato, quest'ultimo, teoricamente immateriale, composto da soli neutrini, che nella realtà terrestre non avrebbe ragion d'essere, su Solaris prende coscienza di sé e della situazione, si arma di coraggio e consapevolezza e si sacrifica per il bene del suo involontario creatore, debole e spaventato. Insomma: un film dai contenuti social-filosofici assai pretenziosi e dalla forma virtuosa sia in termini di sceneggiatura, lentissima e faticosa, che di fotografia, pesante ed opprimente nei suoi colori desaturati, che di inquadrature, lunghe e fisse su particolari non preponderanti (immancabili i particolari su scrosci, o rivoli, o pozze d'acqua e gli scorci di vegetazione selvaggia). Le scenografie ovviamente futuriste, dalle geometrie abbastanza rigide, con una netta prevalenza di rosso, bianco e marrone, che, a turno, si contendono il dominio cromatico della scena, effettivamente richiamano parecchio gli ambienti dell'astronave Kubrickiana e fanno un certo effetto. Non male la prova degli attori, praticamente sconosciuti, che riescono a mantenere un livello di trasporto ed emozione tale da risultare credibili. Peccato per la scarsa fruibilità di un'opera (presentata al 25º Festival di Cannes dove vinse il Grand Prix Speciale della Giuria) che richiede un certo sacrificio, forse non ripagato a dovere. Anche se poi, alla fine, pesante, pesante come un mattone, ma affascinante e realizzato alla grande. Tanto che per chi riesce a digerirlo può essere un capolavoro. Non per me, ma in fondo è solo la mia opinione. Comunque, beh è da vedere, almeno una volta.

Brazil (1985)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 25/11/2019 Qui
Tema e genere: Film di fantascienza di stampo tragicomico ambientato in un mondo distopico, in cui la burocrazia ha preso il sopravvento in ogni attività dell'uomo e, combinata al cinismo spietato dei potenti, uccide chi tenta di ribellarsi e i pochi che ancora riescono a sognare.
Trama: Sam Lawry è addetto agli sterminati archivi di una megalopoli, capitale di un non identificato Paese, in cui la fanno da padrone il Potere e la Burocrazia. Nulla sfugge al sistema computerizzato del Dipartimento Informazioni. Nella città da qualche tempo hanno preso ad agire gruppi di terroristi, che seminano il terrore pur di smuovere qualcosa. Sam, dal canto suo, oppone al grigiore della routine la sua possibilità di evadere nel sogno. Un giorno, però...
Recensione: In un terrificante stato dominato dalla burocrazia l'uccisione di uno scarafaggio fa involontariamente premere a un responsabile un tasto sbagliato e una persona innocente finirà ingiustamente arrestata e uccisa. Finirà a occuparsi del caso uno stralunato funzionario alla disperata ricerca della donna dei suoi sogni e in fuga dall'invadente madre. Una gran bella pellicola che definirei tragicomica. Intanto troviamo la critica ad un potere sempre più burocratico e quindi di conseguenza bieco e senza scrupoli o sentimenti. Tutto è rigidamente controllato e burocratizzato. Il regista "americano" Terry Gilliam si ispira quindi liberamente al "1984" di George Orwell, ma ambienta il film in un imprecisato luogo temporale del futuro, scegliendo una scenografia retro-futurista piena di rimandi alle icone del fascismo e curata in ogni dettaglio estetico e simbolico grazie ad un indiscusso talento immaginifico (si pensi al cappello a forma di scarpa della madre di Sam, quest'ultimo interpretato straordinariamente dal Don Chisciotte ultimo Jonathan Pryce, o alle grottesche e inquietanti maschere da bambino dei torturatori). Brazil è indubbiamente un film fuori dal comune: un trattato di filosofia-politica dall'estetica barocca, una favola nera e visionaria che commuove, disturba e fa riflettere, rivelandosi come un coacervo di sogni, incubi e possibili realtà. Un inno alla libertà e alla fantasia, alla vita mite del povero Sam Lawry (straordinario anti-eroe: timoroso burocrate modello, ingenuo e miope, vittima del sistema ma ancora in grado di sognare e, pertanto, pronto ad abbracciare la giusta causa della resistenza a un potere tirannico) e al suo desiderio d'amore e di fuga, ma anche un grido disperato che nasce dalla paura di non poter più modificare ciò che non può essere tollerato. Brazil è spiazzante e folgorante (il terribile terrorista a cui lo stato sta dando la caccia è nient'altro se non un sovversivo elettricista che ripara le cose senza far parte della società addetta), disilluso e, al tempo stesso e nonostante il suo essere attuale e il suo ineluttabile pessimismo, pieno di speranza: perché quest'ultima, citazione di Vaclav Havel, "non è la convinzione che le cose andranno bene, ma la convinzione che quel che stiamo facendo ha un senso, indipendentemente dal risultato". Camei per Ian HolmBob Hoskins e Robert De Niro, in un personaggio diabolicamente sovversivo e istrionicamente baffuto, nonché per l'ex Monty Python Michael Palin, qui in un ruolo inquietante e desolante. Il suo ex collega Terry Gilliam, alla regia, firma e alla terza opera dietro la macchina da presa, firma così il suo miglior film, probabilmente il suo capolavoro, dando vita ad un racconto che non ha smesso di essere presente. Un racconto tragicomicamente delizioso, che anche grazie ad un tragicomico motivetto ti prende e non ti lascia più. Già, "Braaaasil parrappapaparaa" avete presente la musichetta carnascialesca che (specialmente nella versione medley con Brigitte de Bardò Bardò) ha allietato tanti dei vostri gaudenti trenini? Si? Bene, allora canticchiatela spensieratamente per l'ultima volta, perché dopo la visione di questo film assumerà un gusto un po' amaro e si velerà della lieve malinconia che talora avvolge il ridestarsi dei sognatori.

Il mondo dei robot (1973)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 25/11/2019 Qui
Tema e genere: Film di fantascienza precursore del tema della macchina che si ribella all'uomo.
Trama: Siamo a Delos, luogo di vacanze per i terrestri di un non lontano futuro. Diviso per epoche storiche e popolato di robot debitamente rivestiti, permette ai turisti di "vivere" avventure di ogni genere senza pericoli. Ma a Peter e John qualcosa va storto: i robot iniziano a ribellarsi e il tuffo nel vecchio West si trasforma in un incubo tragico, al quale sembra impossibile trovare una via d'uscita.
Recensione: Scritto e diretto da Michael Crichton nel 1973, Westworld (il film) è decisamente più ingenuo e bonaccione, se visto oggi, paragonato a Westworld (la serie, qui la recensione della seconda stagione). Ma gli elementi che caratterizzano quest'ultima sono tutti già presenti, anche se un po' all'acqua di rose, perché per esempio non viene per niente approfondita la causa dei guasti alle macchine. Infatti, in questo visionario fanta-western apocalittico ambientato interamente in un parco divertimenti del futuro, una super-Disneyland del 2000 popolata da robot e divisa in tre universi tematici (l'antica Roma, il Medioevo e il Far West), in cui turisti danarosi trascorrono suggestive vacanze, il monito dell'autore sulla paura per il progresso scientifico si manifesta violentemente quando tutti i robot del parco sfuggono (senza sapere perché) al controllo dei tecnici della centrale operativa iniziando ad attaccare gli esseri umani: la suspense e la tensione latenti sin dall'inizio esplodono in tutta la loro drammaticità trascinando vorticosamente il film fino al convulso (forse troppo convulso) finale. Spettacolare e sicuramente coinvolgente, Il mondo dei robot soffre, però, l'eccessiva convenzionalità drammaturgica di una messinscena senza dubbio efficace ma priva di impennate e virtuosismi, se si escludono i trucchi e le magie degli effetti speciali (è, tra l'altro, il primo film ad utilizzare immagini digitalizzate al computer) e le performance dell'ottimo cast, tra cui si segnalano, oltre a Yul Brynner (perfetto Pistolero, e non per caso), che tratteggia con ipnotiche e meccaniche movenze (tanto meccaniche come lui essere lo "zio" di Terminator) un personaggio inquietante e suggestivo, le prove di James Brolin (probabilmente il vero "padre" di Christian Bale), Richard BenjaminDick Van Patten e Steve Franken. Manca anche un po' di ritmo, e soprattutto, come detto, mancano certi sviluppi filosofici ed esistenziali che hanno fatto poi la fortuna della serie. Tuttavia non si può non dare i giusti meriti, si ricordi che siamo agli inizi degli anni '70, e ringraziare Il mondo dei robot per esserci stato. Perché senza, molto probabilmente, non avremmo avuto, dopo, nei decenni successivi ed anche adesso, la fortuna di vedere certe iconiche pellicole di fantascienza. Enorme infatti è stata la sua influenza, non è un caso che molti sono gli elementi all'interno del film divenuti successivamente dei veri e propri stereotipi del genere. Ed è così che questo film, da molti considerato (e giustamente) un cult, si faccia ben volere nonostante tutto, nonostante nel complesso sia in verità un film non proprio eccezionale, anzi.