lunedì 12 ottobre 2020

Sulla mia pelle (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 12/10/2020 Qui - Alessio Cremonini, al suo secondo film, traspone il caso di Stefano Cucchi. Lo fa attenendosi ai fatti, ricostruendo in maniera imparziale come andarono le cose, almeno stando a quanto conosciuto, perché la verità assoluta se l'è portata con sé il povero Stefano, ragazzo che ha commesso tanti errori nella sua vita che però non giustificano la brutta fine con cui il destino lo ha segnato. Infatti, il film non tende ad enfatizzare il personaggio di Cucchi, a renderlo un povero agnellino sacrificato all'altare della giustizia italiana, bensì, mostra anche i suoi errori, i dinieghi alle cure, qualche testardaggine di troppo che se non perseguita gli avrebbe risparmiato tante sofferenze. Dall'altro però c'è lo stato italiano, diviso tra chi lo ha riempito di botte, persone oneste che hanno tentato di aiutarlo e quanti non sono stati abbastanza zelanti nel proprio lavoro. Tuttavia, il risultato complessivo non mi ha molto convinto. La sceneggiatura è molto scarna e carente e la fedeltà alla vicenda, se da un lato è un pregio, dall'altro appesantisce troppo la trama. Anche altre scelte del regista (il non mostrare direttamente le violenze subite) rendono la struttura narrativa troppo farraginosa, ripetitiva e noiosa, più simile a quella di un documentario che a quella di un film. Bene invece gli interpreti, soprattutto il protagonista, l'espressivo Alessandro Borghi che con un grande linguaggio del corpo riflette le sofferenze degli ultimi e tormentati giorni di Stefano. Nel complesso comunque, qualcosa di più di un medio prodotto televisivo, ma dignitoso e capace. Voto: 6

1945 (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 12/10/2020 Qui - Attraverso il genere, il racconto di come l'avidità prima uccide l'anima e poi le persone. L'arrivo di due ebrei in un villaggio ungherese fa riemergere le vicende legate all'Olocausto: come angeli della morte, il loro muto camminare per le strade condanna senza parole e le dinamiche fra coloro che dalla deportazione avevano guadagnato, saltano minate dai sensi di colpa. L'incedere della narrazione è incalzante e progressivamente cresce in maniera sensibile l'inquietudine degli abitanti del villaggio. E' un momento storico incerto, tra la cacciata di vecchi invasori e la venuta dei nuovi, ma come detto è la coscienza nera che viene a galla, la tematica principale che sta più a cuore al regista, di Ferenc Török. Lui che sceglie il bianco e nero e fa bene, ci rammenta i vecchi album di famiglia e c'infonde conforto prima di toglierci abilmente l'aria con personaggi quasi grotteschi, schiacciati da paure auto-inflitte. La forza della pellicola risiede nel suo tocco gentile, negli infiniti dettagli e nel suo silenzio. Un silenzio che favorisce la suspense, che amplifica la sottile e affilata ironia, che ci regala le inquadrature migliori. Un silenzio garbato e mai scontato, funzionale all'esplosivo epilogo e a mantenere la quiete necessaria per non dimenticare il passato, per riflettere sul presente e per (si spera) diventare esseri umani migliori. Perché in breve, 1945 è un film elegante oltreché fine e necessario. Senza la potenza de Il figlio di Saul, ma una riuscita visione dell'argomento da una diversa prospettiva. Voto: 6+

Tokyo Family (2013)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 12/10/2020 Qui - Se con Kyoto Story l'omaggio era legato a un periodo felice della cinematografia nipponica, con Tokyo Family in maniera più diretta si celebra il Cinema di Yasujirō Ozu, di cui Yōji Yamada in gioventù fu assistente, il film è infatti il remake di Viaggio a Tokyo del grande regista nipponico, considerato non solo uno dei migliori esiti della Settima Arte giapponese ma in assoluto uno dei film "da vedere" del Cinema tutto. Il taglio è intimista, se nell'originale i protagonisti uscivano dagli orrori della guerra mondiale e della bomba atomica qui la vicenda è ambientata dopo l'incidente nucleare di Fukushima, la tragedia non è al centro del film, la narrazione si concentra sui rapporti dei vari membri della famiglia Hirayama, tratteggiandone alcuni passaggi di crescita, di maturazione, riflettendo parallelamente sulla società moderna giapponese, sui suoi ritmi, sul contrasto tra questa e uno stile di vita sorpassato, ormai appannaggio di pochi anziani, più lento e rispettoso dell'essere umano. Dallo spaccato di una famiglia si arriva a temi universali propri non solo del Paese del Sol Levante. E infatti, attraverso una sapiente e bilanciata oscillazione tra poietico e poetico, tra forma e contenuto, Tokyo Family si conferma un delicato e allo stesso tempo terrificante ritratto delle società di ieri, di oggi, e di domani. In questo la regia è diligente, si prende i suoi tempi (146 minuti), li gestisce al meglio senza mai far affiorare un attimo di noia. Ci si appassiona (e ci si emoziona) alle vicende semplici di questa famiglia, bel film. Voto: 6,5