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lunedì 31 luglio 2023

Little Sister (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/07/2023 Qui - Delicato e mai sdolcinato, Hirokazu Kore'eda continua il suo percorso di indagatore delle relazioni ed emozioni umane (ci si ricordi di Un affare di famiglia e di tanti altri prima, non dell'ultimo visto Le verità). Qui si parla di sorellanza, ma non solo, e lo si fa con una sensibilità semplicemente magistrale. La regia è sempre sobria (ottima la prova di tutti gli interpreti) e la sceneggiatura è perfetta nel mettere in scena "semplici" momenti di vita quotidiana che sanno emozionare profondamente momento dopo momento. Ed è bellissimo e tonificante immergersi e nuotare in questo caldo e sincero flusso di emozioni. Un film in cui accade poco, che tuttavia si segue con grande interesse per il valore simbolico della vicenda. Una vicenda molto femminile ma non femminista, e forse leggermente artificiosa, tuttavia la discreta caratura dei protagonisti e una sceneggiatura anche quasi romantica la rendono più che gradevole. Un film d'atmosfera insomma, nella migliore tradizione giapponese, che non delude e trasporta in un quotidiano pieno di sentimenti. Molte emozioni attraversano infatti questo quadro di forte sorellanza, forse in maniera fin troppo ottimistica, ma la sensazione che lascia ha la piacevole fragranza dei fiori di pesco. Voto: 7+

venerdì 17 luglio 2020

Un affare di famiglia (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 17/07/2020 Qui - Hirokazu Kore'eda, regista giapponese che con questo film ha vinto la Palma d'Oro al Festival di Cannes 2018, prosegue (nuovamente e dopo Ritratto di famiglia con tempesta) la sua analisi della famiglia giapponese e delle sue contraddizioni. Qui lo fa portando sullo schermo una famiglia disfunzionale che vive di espedienti e cerca ogni volta che può il sussidio statale (e fa capolino un certo sostrato politico che sottolinea le difficoltà economiche giapponesi). La tranquillità di questo nucleo famigliare sembra venir scossa dall'arrivo di una piccola bambina, accolta dalla famiglia prima con contrasti (soprattutto dal più piccolo) e poi via via accettata come parte della stessa. Ma qua e là vengono lasciati dei segnali su di una realtà diversa che poi viene esplicata nella seconda parte del film, dove si ribalta gran parte della costruzione precedente e dove il regista sembra volerci far rompere l'empatia che aveva costruito fino a quel momento. Perché l'assunto fondamentale che sta alla base della pellicola è che se è vero che non possiamo sceglierci i genitori, è altrettanto vero che "non si è madre perché si partorisce", ma è nell'amore e nella comprensione quotidiani che si costruisce la famiglia. E cinicamente Kore'eda ricorda che il denaro, e quindi le condizioni materiali di vita, è elemento altrettanto fondamentale della stabilità famigliare. Per tutto questo, per una regia posata, per la solita grande capacità del cinema orientale di rendere un'emotività sentita e mai mielosa e fine a se stessa (anche grazie ad attori di talento e di grande espressività, di grandi interpreti quali Kirin Kiki e Lily Franky), Un affare di famiglia è un film estremamente riuscito, toccante, semplice e tremendamente attuale, perché racconta una realtà che accomuna il cosiddetto "occidente" e l'estremo oriente (in questo caso giapponese). E dove i figli subiscono sempre le decisioni dei genitori che non hanno scelto. Meno coinvolgente di Father and Son, ma nel complesso leggermente migliore. Voto: 7+

venerdì 29 maggio 2020

Ritratto di famiglia con tempesta (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/05/2020 Qui - I conoscitori del cinema di Hirokazu Kore'eda, Father and son, Little sister (che tuttavia mi manca), ben sanno come il regista giapponese sia narratore sensibile e partecipe delle dinamiche famigliari, delle complessità dei rapporti genitori-figli innanzitutto, ritrattista attento alle sfumature in cui infinitamente trascolorano i drammi, tutte caratteristiche ben presenti anche in Ritratto di famiglia con tempesta, che racconta di un padre, separato dalla moglie, che vuole a tutti i costi riallacciare i rapporti con l'ex-coniuge e trascorrere più tempo con il proprio figlio di circa 10 anni, ma poiché egli si rivela essere un individuo ancora immaturo e troppo incline al vizio del gioco, tutto è complicato, perciò prima capirà e meglio sarà. Mi ha convinto meno però, forse perché eccessivamente lento o, più precisamente, lungo (con circa 10/15 minuti di meno sarebbe stato perfetto tempisticamente parlando), forse perché i personaggi mi sono apparsi più stereotipati. Restano sicuramente nella memoria scene capaci di conciliare l'intensità emotiva con la stilizzazione rituale del codice dei comportamenti, chiave di volta della bellezza del cinema di Hirokazu Kore'eda, nell'insieme però mi è sembrata opera meno riuscita (soprattutto rispetto al bellissimo Father and son), comunque pur sempre di buonissima qualità. Voto: 6

mercoledì 29 maggio 2019

Father and son (2013)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/06/2018 Qui - Melodramma psicologico dai ritmi lenti ma che costringe lo spettatore alla massima attenzione poiché avvince come un thriller tenendoti sul filo del rasoio fino ai titoli di coda, questo è Father and son (Like Father, like Son), film del 2013 scritto e diretto da Hirokazu Kore'eda. Il regista giapponese infatti, mette sul grande schermo una storia familiare intima e delicata, un film per questo toccante, delicato e drammatico che spinge il pubblico ad una riflessione seppur tutto sommato semplice ma profonda. Difatti questa pellicola affronta in maniera dettagliata e profonda il delicato e serio problema della paternità (facendo scaturire in tal senso svariate riflessioni): se questa cioè sia determinata dai legami del sangue oppure da quelli affettivi che si consolidano via via nel tempo tra i vari componenti di una famiglia. Non a caso il film, che racconta di una coppia felicemente sposata e benestante, genitori di un bambino di 6 anni che alle soglie della scuola che conta (corrispettivo italiano delle elementari ovvero scuola primaria) riceve la sconvolgente notizia dall'Ospedale che il figlio è stato scambiato alla nascita (e al contrario del film Il 7 e l'8 da ridere non c'è niente), ci pone di fronte a sconvolgenti ed angoscianti dilemmi, infatti entrambe le coppie a cui è stato sostituito il proprio figlio biologico con quello dell'altra, sono confuse, sconvolte e contrarie all'idea di lasciare e soprattutto sostituire, come se fossero dei semplici oggetti, il figlio creduto loro ed allevato come tale con quello naturale. Insomma, la difficoltà presentata in maniera misurata in questo film è proprio la lotta interna dei sentimenti che non cancella affatto l'affetto e l'amore e la complicità sviluppatesi nel corso degli anni di crescita insieme al figlio allevato come proprio ed il sorgere nel frattempo di sentimenti nuovi nei confronti del bambino biologicamente proprio. E quindi in quasi due ore di analisi psicologica, come la durata dell'intera pellicola, conosceremo le reazioni dei vari personaggi, adulti o meno, che tuttavia non eccedono mai in isterismi come immagino sarebbe accaduto se la vicenda avesse riguardato una famiglia italiana.

lunedì 4 marzo 2019

Le ricette della Signora Toku (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 23/03/2017 Qui - Tratto da un best seller giapponese, Le Ricette della Signora Toku (An), film appunto giapponese del 2015 diretto da Naomi Kawase (per me abbastanza sconosciuta), è una gradevole, delicata, intimista e piacevole pellicola, che per quanto poco originale è però molto bella e poetica. La fotografia, la sceneggiatura e gli interpreti infatti sono magici. La storia di Toku è però in fondo, nonostante anche qui la cucina fa da contorno al tema, è soprattutto una parabola del diverso, una toccante e bellissima parabola del diverso. La signora Toku è infatti una esile vecchina che vive in simbiosi con la natura e sa preparare una deliziosa marmellata di fagioli per arricchire i dorayaki, i famosi dolci giapponesi. Sentaro gestisce con poco successo una piccola bottega dove cucina quasi controvoglia dorayaki di gusto scadente e con pochi clienti. Le loro vite si incontreranno casualmente. Le mani malate della signora Toku però, (discriminate dalla malattia e da un difficile trascorso), prepareranno per Santero ottimi dolcetti e riscalderanno il suo cuore. Le Ricette della Signora Toku, per quanto possa sembrare apparentemente delicato e fragile, è in realtà duro e crudele. Se infatti all'inizio il film risulta una tradizionale mescolanza tra immagini poetiche di alberi che stormiscono e fiori candidi e la storia del film di cucina (il titolo italiano stesso è fuorviante e vorrebbe portarci in questa unica direzione), in verità ad avere la meglio è la saggezza e l'esperienza della signora, che educa il giovane principale a trovare la sua strada. Il film per questo si trasforma in un racconto sull'incontro tra tre persone, che ognuna a suo modo si trova emarginata e isolata da una società che non è affatto tenera con chi è diverso o in difficoltà. Toku infatti e in realtà vive in un sanatorio per malati di lebbra, che una legge del dopoguerra aveva costretto a vivere in quarantena, Sentaro lavora nel baracchino di dorayaki per ripagare un debito e la giovane Wakana (che spesso passa dal negozio) non riesce a comunicare con la madre, che non le presta attenzione e non la comprende, e vorrebbe insomma andarsene di casa. Toku quindi diventa la madre che Sentaro e Wakana non hanno mai avuto, riuscendo non solo a far capire come la natura è in noi stessi (tutto ciò che facciamo, ogni attività, per riuscire bene, deve infatti essere pervasa di comprensione e pazienza e di amore per quello che stiamo realizzando), ma anche a creare un bel legame, utile a i due ad andare avanti nella vita e non mollare mai.