Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 21/11/2020 Qui - Thriller sottomarino di produzione e di maestranze interamente francesi, fra cui figurano Mathieu Kassovitz, Omar Sy e Reda Kateb, oltre all'emergente François Civil, Wolf Call è l'esordio del regista Antonin Baudry e di fatto costituisce una non variante sul genere, ossia nulla che non si sia già visto, se non fosse per una genialata: un analista reclutato a bordo è in grado, grazie ad un udito addestrato e fuori dal comune, di carpire i movimenti esterni al sommergibile, leggendone i suoni attraverso quel magnifico conduttore che è l'acqua. Da questa sua capacità nasce un "malinteso" che rischierà di scatenare una guerra nucleare. Fa il suo lavoro Wolf Call, intanto sfruttando a dovere la sempre affascinante location del sommergibile, resa egregiamente grazie ad una minuziosa ricostruzione che pecca solo quando si va in esterni (insufficiente la computer grafica nelle scene subacquee), e poi gioca su un meccanismo genera ansia elementare, cioè l'impossibilità di comunicare e di distinguere il vero dal falso, uno dei mali del nostro secolo. I difetti poi ci sono, a cominciare da alcuni personaggi deboli (il secondo in comando interpretato da Omar Sy), ed altri solo accennati da goffi intermezzi (Paula Beer mai inutile è però e mai sarà). Non è Caccia a ottobre rosso, e scopiazza pure da Allarme Rosso, tuttavia ritmo e tensione sono mediamente garantiti, almeno per tutta la seconda parte. E così al netto di un certa confusione all'inizio e di qualche divagazione inutile, il risultato è un film coinvolgente in grado di tener desta l'attenzione fino all'epilogo, meno pompato e convenzionale di quanto con tutta probabilità sarebbe stato se girato negli USA. Voto: 6,5
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sabato 21 novembre 2020
sabato 20 luglio 2019
Happy End (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 28/06/2019 Qui
Tema e genere: Selezionato per partecipare al concorso del Festival di Cannes 2017, senza portare a casa niente, e selezionato per rappresentare l'Austria ai premi Oscar 2018 nella categoria Oscar al miglior film in lingua straniera, senza riuscire a rientrare nella cinquina finale, Happy End, che segna il ritorno di Michael Haneke dopo anni di assenza, è un film drammatico che indaga tra i rapporti affettivi e/o anaffettivi dei membri di una famiglia della buona borghesia francese, descrivendone le sofferenze, le depressioni, i desideri di morte, e scoprendone le perversioni. Ognuno della famiglia ha infatti una sua sofferenza profonda più o meno palese.
Trama: I Laurent sono una ricca famiglia borghese che vive a Calais. L'anziano patriarca Georges, stanco persino della vita, ha ceduto la gestione dell'azienda familiare alla figlia Anne, che deve fronteggiare le conseguenze di un grave incidente occorso ad uno degli operai. Il fratello di lei, Thomas, è un medico stimato che deve dividersi tra la figlia di prime nozze, la sua seconda moglie e l'amante. Parallele ad una quotidianità che impone loro impegni, ruoli e funzioni, si sviluppano le vicende personali dei familiari, ciascuno con i propri corsi (e ricorsi) esistenziali.
Recensione: Happy End, come detto, segue le vicende della ricca famiglia dei Laurent: sotto l'apparente immobilismo e perbenismo, covano le tensioni, i segreti ed i disagi tipici della famiglia secondo Haneke. Il regista torna a raccontare le vicende della borghesia, con il consueto stile distaccato ed oggettivo. Il tono del film è infatti piuttosto freddo, distaccato, i passaggi molto lenti, la fotografia è esteticamente pregiata, i temi trattati sono quelli classici dell'autore austriaco. I personaggi sono quindi e sostanzialmente anaffettivi e apatici, il male e la violenza che ne consegue non è esibita, ma suggerita e fatta appena intravedere, ma è come sempre centrale, nei lavori del regista austriaco, declinato fra famiglie disfunzionali, avvolte da un nichilismo esasperato, i bambini, non sono innocenti, gli adulti sono cinici, Eve a chiusura del film aiuta il nonno a suicidarsi, peraltro lo stesso nondimeno, con candore confessa, di aver aiutato la moglie a morire. Attraverso una narrazione frammentaria, il regista prova a comporre così il mosaico di una storia familiare, tra disagi esistenziali e vizi vari, scheletri nell'armadio, che conviene lasciare lì. L'assemblaggio dei tasselli è solo parzialmente riuscito, alcune figure restano in ombra, sostanzialmente tagliate fuori dal nucleo della storia, tuttavia gli spunti di riflessione sono tanti. I social media, diventano più protagonisti degli attori stessi, in particolare i servizi di live streaming e messaggistica istantanea, che in più di un'occasione sono il mezzo attraverso cui si segue la narrazione, l'elemento fondamentale è lo schermo, quello di un cellulare, di un tablet, o di un computer. Haneke ci mostra come il monitor filtrandole, annulla le emozioni: l'uccisione del criceto o quella della madre, diventano azioni quasi normali, nel passaggio alla dimensione digitale, la realtà virtuale fa perdere la valenza emotiva, con l'inserimento di frasi, caption, emoticon. L'occhio del regista sembra voler testimoniare e stigmatizzare, l'arrivo di un nuovo livello oscuro, della realtà. La questione migranti sembra un'appendice, relegata in calce alla storia non riesce a farne parte, poco integrata al narrato, cosi come la questione umanitaria. Film perciò diradato, lento, a tratti perfino snervante ed estenuante, ma che malgrado questi limiti, costituisce un'opera degna d'interesse ed originale.
Trama: I Laurent sono una ricca famiglia borghese che vive a Calais. L'anziano patriarca Georges, stanco persino della vita, ha ceduto la gestione dell'azienda familiare alla figlia Anne, che deve fronteggiare le conseguenze di un grave incidente occorso ad uno degli operai. Il fratello di lei, Thomas, è un medico stimato che deve dividersi tra la figlia di prime nozze, la sua seconda moglie e l'amante. Parallele ad una quotidianità che impone loro impegni, ruoli e funzioni, si sviluppano le vicende personali dei familiari, ciascuno con i propri corsi (e ricorsi) esistenziali.
Recensione: Happy End, come detto, segue le vicende della ricca famiglia dei Laurent: sotto l'apparente immobilismo e perbenismo, covano le tensioni, i segreti ed i disagi tipici della famiglia secondo Haneke. Il regista torna a raccontare le vicende della borghesia, con il consueto stile distaccato ed oggettivo. Il tono del film è infatti piuttosto freddo, distaccato, i passaggi molto lenti, la fotografia è esteticamente pregiata, i temi trattati sono quelli classici dell'autore austriaco. I personaggi sono quindi e sostanzialmente anaffettivi e apatici, il male e la violenza che ne consegue non è esibita, ma suggerita e fatta appena intravedere, ma è come sempre centrale, nei lavori del regista austriaco, declinato fra famiglie disfunzionali, avvolte da un nichilismo esasperato, i bambini, non sono innocenti, gli adulti sono cinici, Eve a chiusura del film aiuta il nonno a suicidarsi, peraltro lo stesso nondimeno, con candore confessa, di aver aiutato la moglie a morire. Attraverso una narrazione frammentaria, il regista prova a comporre così il mosaico di una storia familiare, tra disagi esistenziali e vizi vari, scheletri nell'armadio, che conviene lasciare lì. L'assemblaggio dei tasselli è solo parzialmente riuscito, alcune figure restano in ombra, sostanzialmente tagliate fuori dal nucleo della storia, tuttavia gli spunti di riflessione sono tanti. I social media, diventano più protagonisti degli attori stessi, in particolare i servizi di live streaming e messaggistica istantanea, che in più di un'occasione sono il mezzo attraverso cui si segue la narrazione, l'elemento fondamentale è lo schermo, quello di un cellulare, di un tablet, o di un computer. Haneke ci mostra come il monitor filtrandole, annulla le emozioni: l'uccisione del criceto o quella della madre, diventano azioni quasi normali, nel passaggio alla dimensione digitale, la realtà virtuale fa perdere la valenza emotiva, con l'inserimento di frasi, caption, emoticon. L'occhio del regista sembra voler testimoniare e stigmatizzare, l'arrivo di un nuovo livello oscuro, della realtà. La questione migranti sembra un'appendice, relegata in calce alla storia non riesce a farne parte, poco integrata al narrato, cosi come la questione umanitaria. Film perciò diradato, lento, a tratti perfino snervante ed estenuante, ma che malgrado questi limiti, costituisce un'opera degna d'interesse ed originale.
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