Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 17/02/2021 Qui - Bong Joon-ho non resiste (come tanti) al richiamo delle "sirene" di Netflix, e nel suo secondo film uscito in collaborazione con gli States (pochi anni dopo Snowpiercer), lo si scopre virtuoso più di prima, con una escursione nei cosiddetti film per ragazzi o per famiglie che dir si voglia, all'apparenza almeno, giacché la pellicola più che adatta ai bambini lo è per gli adulti (il tenero animale e la ragazzina potrebbero essere soggetti ideali per ragazzi, ma la brutalità di alcune scene e il messaggio ambientalista estremo ne fanno difatti un prodotto per adulti, peraltro di non facile fruizione). Egli infatti, e in modo audace e coraggioso, in Okja (il titolo prende dal nome del personaggio "principale", sorta di super-maiale geneticamente modificato che una multinazionale intende sfruttare commercialmente, il suo destino è diventare salcicce ma una ragazzina sua amica vuol salvarlo a tutti i costi), mette al centro l'ecologia e i maltrattamenti sugli animali, e come lo fa? Lo fa proponendo una certamente squilibrata, ma originale ed interessante fiaba, una pellicola fantastica dai contenuti sociali, dal timbro grottesco, debordante nei contenuti che spaziano dalla denuncia alla commozione, dall'avventura pirotecnica alla quiete bucolica. Affronta in modo leggero e a tratti crudamente un tema serio come l'alimentazione e il macello degli animali. Purtroppo non mancano momenti banali, ma l'interesse non scema mai. Non tutto funziona, troppo chiare le intenzioni, troppo americano e corretto il tutto, ma il risultato è in ogni caso apprezzabile, anche se Bong Joon-ho ha fatto decisamente di meglio (questo è infatti nonostante la sufficienza il suo peggiore lungometraggio). Jake Gyllenhaal e Tilda Swinton (due dei tanti nomi internazionali del cast, un cast USA/coreano, la Swinton l'unica ad aver già collaborato con il regista, Byun Hee-bong invece al terzo gettone, c'è pure Lily Collins e Paul Dano oltre a Steven Yeun, sarà nel bel dramma coreano Burning l'anno dopo) sfruttano al massimo i loro personaggi eccentrici e offrono svolte davvero divertenti (tuttavia non ci si può dimenticare della ragazzina protagonista, performance efficace quella della giovane Ahn Seo-hyun). Discreta la realizzazione dei super-maiali, molto realistici e inseriti bene nel contesto. Nel complesso buon film, forse non per tutti (alcune immagini possono urtare), che però vale la pena comunque guardare. Voto: 6
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mercoledì 17 febbraio 2021
Okja (2017)
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The Host (2006)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 17/02/2021 Qui - Di monster movie se ne sono fatti tanti ed eseguendo una ricerca veloce, si scopre che in oriente c'è una filmografia sterminata sull'argomento, anche se la stragrande maggioranza di questa roba non è mai giunta qui in occidente. Bong Joon-ho non temendo la ricca tradizione di kaiju movie, al suo terzo film dopo Memorie di un Assassino, decide di cimentarsi con un monster movie, girando questo The Host, che verrà accolto da critiche più che positive, ottenendo all'epoca il record di pellicola più vista in Sud Corea, che grazie a tale fortuna al box-office, è riuscita ad arrivare anche nel resto del mondo. Una pellicola che tuttavia nel complesso mi ha un po' deluso. Con ciò non voglio dire che il film sia brutto, anzi, ma viste le tante lodi piovute su questo titolo mi aspettavo sinceramente di più. La storia narra, causa sconsiderato inquinamento, della nascita di un mostro in un fiume di Seoul e delle spiacevoli conseguenze che ne derivano. Partendo dai pregi, la creatura è innegabilmente realizzata benissimo e ogni scena in cui appare è un piacere per gli appassionati di genere. La sequenza in cui compare per la prima volta è pura maestria cinematografica, un inizio di pellicola davvero folgorante. Ottimi gli effetti e buona la resa digitale del mostro, una non facile missione visto il budget non dei più elevati. Apprezzabile la poco velata critica sociale al governo coreano troppo asservito a quello statunitense e la denuncia al folle inquinamento che in quelle zone del mondo è una vera piaga sociale. Purtroppo ai lati positivi bisogna affiancare una serie di difetti, che partono da una recitazione non sempre all'altezza (brava in ogni caso sia la bambina che il buon Song Kang-ho, sì ancora lui), continuano con la lunghezza eccessiva dell'opera e si concludono con gli inefficaci questa volta siparietti comici, quest'ultimi sparsi qua e là. Perché va bene dimostrare che il film non vuole prendersi certo sul serio, ma visto il finale, diverso dal solito e comunque notevole, e il tono drammatico dell'intera pellicola, un po' stonano. Però in definitiva The Host è un buon prodotto, coraggioso e interessante, sfortunatamente imperfetto malgrado i tanti aspetti positivi, ma nel complesso comunque riuscito. Voto: 6,5
Memorie di un assassino (2003)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 17/02/2021 Qui - La stoffa di Bong Joon-ho si vedeva già dalle sue prime opere: non quella tecnica intendo, che pure c'è ed è indiscussa, ma soprattutto la capacità di raccontare un paese contraddittorio fatto di una marcata stratificazione sociale utilizzando le armi del sarcasmo, della malinconia e ovviamente della verità. Una storia terribile come quella del primo serial killer sud coreano ci è quindi riportata in un'insolita veste grottesca dove singolari detective fanno il paio con reietti della società scambiati per capri espiatori, dove l'emarginazione è una realtà fin troppo facile e la violenza è spesso fine a se stessa. La farraginosa indagine alla base del plot si sviluppa con una certa vivacità sia formale che fisica che rende l'opera un calderone di generi (comico, thriller, dramma, horror) tenuto però sempre in elegante equilibrio, che diverrà un marchio di fabbrica riconoscibile del regista. Memorie di un assassino è infatti un racconto drammatico e grottesco dove il tema dell'omicidio diventa motivo per raccontare quello che non funziona nel paese, e in questo film di sconfitti la bravura del regista si vede, nella regia, nella fotografia, nel sonoro, nella sceneggiatura. E aiutano tanto queste scenografie così cupe e sporche. Il finale lascia l'amaro in bocca, ma visto che si ispira a fatti reali, rimasti insoluti per molto tempo (almeno fino al 2019 quando il "cold case" è stato finalmente risolto), ci può stare che il regista abbia voluto mantenere quel senso d'incompiuto, però un pizzico di delusione c'è. Grandissimo il cast devo dire, con Song Kang-ho su tutti, un personaggio dalle mille sfaccettature che si odia, ma con cui a tratti si empatizza, che ci fa riflettere e ci fa fare a volte grasse risate. Forse si insiste troppo sull'inefficienza della polizia, una bella sforbiciata non avrebbe fatto male. Essendo un film così denso di avvenimenti, personaggi, invenzioni registiche e anche di sorprese, due ore abbondanti di pellicola possono però "saziare" oltre il consentito. Critico infatti ed anche (non è esente da altre piccole sbavature come detto), la durata di questa pellicola, una pellicola di certo importante e dalle indubbie qualità, che merita la visione e un voto positivo. Però, e sarà una mia opinione nel vento, questo film non è un capolavoro. Sarà per la totale assenza di tensione, sarà perché mi aspettavo un film "compiuto" alla I saw the devil (altro gran thriller coreano). E' un gran film, diverso dal solito poliziesco, ma a mio avviso non rientra nei film di categoria superiore. Ma resta un gran film, ecco. Voto: 7+
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