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martedì 17 maggio 2022

Drive My Car (2021)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 17/05/2022 Qui - Conoscere l'opera dello scrittore russo Anton Pavlovic Chekov (Zio Vanja) avrebbe certamente aiutato ad apprezzare (nel mio caso ancora di più) Drive my car del giapponese Hamaguchi Ryusuke, che comunque sa accendere la sfera emotiva con discreta sensibilità, senza mai cercare sentimentalismi d'accatto che sarebbero anche fin troppo facili per un film del genere. Un film seppur volutamente arido nella rappresentazione dei sentimenti, e con alcune digressioni superflue, riflessivo e malinconico ma anche rasserenante grazie al calore d'un abbraccio. Drive my car (adattamento cinematografico dell'omonimo racconto di Haruki Murakami) inizia con un lunghissimo prologo, quasi quaranta minuti, dopo i quali partono i titoli di testa. E' importante perché il film è tutto un gioco di rimandi in cui il teatro è anche rappresentazione del reale. Due esistenze alle prese con i propri rimorsi, di una moglie e di una madre che forse potevano essere salvate. L'auto diventa il luogo comune dove le riflessioni dell'attore/regista condivide il suo sguardo con la sua autista, entrambi con un passato che li tiene prigionieri del proprio dolore. Personalmente non lo avrei portato avanti per 3 ore, poiché i concetti espressi potevano essere spiegati in modo più dinamico e più fluido. A parte questo piccolo appunto sulla durata, devo riconoscere però a Drive my car una certa capacità di rendersi appetibile, coinvolgendo lo spettatore con una storia ben calibrata tra sentimenti e rimpianto esistenziale, tra orgoglio e amoralità, espressi in maniera sobria, malinconica e allo stesso tempo con serena accettazione. Buona la regia e la prova del cast (in cui posso solo "riconoscere" il Masaki Okada di Confessions, altro buonissimo lungometraggio), abili nel mettere gli accenti giusti in una storia garbata e intima. Sicuramente non capolavoro, ma un film ben fatto, che l'Oscar ha meritato. Voto: 7

mercoledì 24 novembre 2021

Penguin Highway (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 24/11/2021 Qui - La durata appare oggettivamente eccessiva, soprattutto perché il film prende una piega piuttosto surreale, manchevole di spiegazioni razionali, che perde di incisività facendo, conseguentemente, scivolare l'attenzione e il coinvolgimento verso il basso, non consentendo una godibilità della storia che per lunghi tratti appare indigesta (troppo ambiguo il rapporto tra i protagonisti). La grafica è buona, la prima parte della storia si segue bene e in maniera fluida, ma complessivamente il film di Hiroyasu Ishida, per quanto mi riguarda, manca di concretezza e di vero appeal, nonostante la fantasia e l'originalità che appaiono evidenti. Lo Studio Colorido, che trae ispirazione (anch'esso) da quello della Ghibli, debutta con questo prodotto a metà tra il surreale e la fantascienza, tratto da un racconto di Tomihiko Morimi che ha avuto grande successo di pubblico in Giappone. A mio parere un film non totalmente riuscito e non per tutti. Un racconto di formazione sicuramente apprezzabile ma sfortunatamente alquanto, e troppo, sbilanciato. Voto: 5,5