sabato 21 novembre 2020

Un cavallo per la strega (2020)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 21/11/2020 Qui - Racconto estremamente affascinante della brava Agatha Christie sviluppato (originariamente) in una miniserie di due puntate (ma in Italia uscito come unico film). Diretta da Leonora Lonsdale, la miniserie è scritta da Sarah Phelps, l'autrice che si è occupata degli altri adattamenti dei romanzi di Christie usciti negli ultimi anni (l'ultimo The ABC Murders). The Pale Horse arriva dopo ben quattro miniserie nelle quali Phelps ha stravolto le aspettative del pubblico, in una new wave che abbandona le formule più classiche. Le versioni di Sarah Phelps sono per questo a volte controverse per il piglio iconoclasta dell'autrice. Il tentativo è sempre interessante ma non sempre riescono, come in questo caso. The Pale Horse non è davvero un whodunit, quanto il viaggio patetico di un uomo dentro la paura della propria morte. Come tale funziona benissimo, diventando un nuovo bel capitolo del folk horror inglese, ma per il resto proprio no. A essere debole, in The Pale Horse, è proprio l'indagine, che non ha quella progressione implacabile verso la soluzione che ci si aspetta da una miniserie/pellicola di questo tipo. Il punto di partenza della lista è perfetto e gli fa da contraltare il classico spiegone che mette le cose in fila: in mezzo, però, c'è tanta confusione e anche tante deviazioni che sembrano buttate lì un po' a caso. Il finale poi è arrovellato e pieno di colpi di scena nel colpo di scena centrale. Si resta spiazzati, o basiti...dipende. Certamente destabilizza aprendosi a diverse (anzi a troppe) interpretazioni. Va bene che la trama riesca comunque a catturare, che la fotografia sia efficace e gli interpreti siano ben scelti, soprattutto Rufus Sewell, perché Kaya Scodelario fa solo da abbellimento (un gran bell'abbellimento in ogni caso), però non è detto che basti. Detto questo, ci sarà tuttavia d'aspettarsi altri adattamenti, speriamo bene. Voto: 5

C'era una volta a Los Angeles (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 21/11/2020 Qui - Una scalcinata coppia di detective privati di Venice si trova coinvolta in un tourbillon di strampalate vicende. E' un thriller? E' una commedia demenziale? E' un pulp? E' un action? E' un po' tutto questo. Infatti si può dire che Venice sia la spiaggia di Los Angeles, un quartiere multicolore, molto vivace e persino kitsch, paradiso di surfisti e skaters, dove è facile incontrare locali strani e personaggi improbabili, come quelli che costellano questa particolare pellicola. E personaggi improbabili fanno cose improbabili, se non peggio, come quelle che si vedono in questo film. Il filo conduttore è parecchio labile, ma serve a tenere insieme alcune paradossali vicende che in qualche strambo modo si intrecciano tra loro. Ogni tanto la storia riesce a divertire ed a strappare qualche risatina, ma non è che accada troppo spesso. Notevole è il cast di questo curioso film, che oltre a Bruce Willis e John Goodman, può vantare il gigantesco Jason Momoa e l'imbranato Thomas Middleditch, tutti disposti a prendersi amichevolmente in giro in ruoli al limite del grottesco. In più ci sono diverse guest star di fama, che si concedono piccoli camei. Regia degli sconosciuti fratelli Cullen e colonna sonora che strizza un po' troppo l'occhio a quella di Pulp Fiction. Uno scanzonato divertissement, un po' folle, che non arriva alla sufficienza. Voto: 5+

Georgetown (2019)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 21/11/2020 Qui - Una storia (tratta da una storia vera, che ha riempito le cronache dei quotidiani una decina di anni fa) decisamente incredibile, quella che sta alla base del film, e che permette di sviluppare un critica non da poco alla società dell'apparenza e delle pubbliche relazioni, società che permette a personaggi come quello di Ulrich Mott di trovarci posto e vendere fumo. Christoph Waltz, al suo debutto alla regia, interpreta con stile ma forse non è proprio indovinato o lui stesso non rende al massimo quando non c'è Tarantino dietro le quinte. Seconda parte con esiti non tutti convincenti, come poco limpide rimangono alcune peculiarità della consorte vittima del raggiro (una Vanessa Redgrave che a 92 anni è ancora sul pezzo). Il montaggio serrato e la non banale struttura narrativa rendono sì avvincente la visione, ma la parte finale, come tutto il resto del film (che si muove in modo piuttosto prevedibile attraverso diversi piani temporali, che il montaggio giustappone, togliendo tuttavia ogni suspense e ogni dubbio, anche grazie al personaggio della figlia Amanda interpretata da Annette Bening), deludono. Forse è meglio che lasci ad altri l'onere della regia e si concentri sui suoi ruoli d'attore. Voto: 5