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martedì 17 settembre 2019

Macchine mortali (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 16/09/2019 Qui
Tema e genere: Adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo (ambientato in un futuro distopico post apocalittico) del 2001 di Philip Reeve.
Trama: A seguito di una guerra catastrofica, i superstiti vivono su enormi città meccaniche in continuo movimento, nascondendo segreti spaventosi e coltivando antichi rancori.
Recensione: Un fantasy caotico e fracassone, che non si discosterebbe troppo dai suoi omologhi hollywoodiani se non fosse per il marchio e "l'estetica" impressi dal suo realizzatore Peter Jackson (impossibile non sapere chi è). Certo, la regia di Christian Rivers, pupillo proprio di Jackson, non è all'altezza di quella del suo mentore, ma entrambi per il coraggio di voler rendere unico e diverso (ossia originale) il loro film (il genere) andrebbero ringraziati. Non è un mistero infatti che il genere fantasy non se la stia passando bene. Eppure Peter Jackson ci prova, e così come per Darkest Minds, riesce almeno nell'impresa di proporre qualcosa (più o meno) di mai visto finora. Macchine mortali difatti (adattamento di un romanzo omonimo), non solo è puro cinema di genere capace di mescolare elementi della cultura pop, ma è anche uno dei film visivamente più coraggiosi degli ultimi anni. Un film che si propone come un'avventura steampunk in un contesto post-apocalittico: la razza umana si è infatti (nuovamente) spazzata via da sola in appena sessanta minuti a suon di bombe quantiche, rendendo il mondo una terra più soave e pacifica. Questo fino a che i pochi uomini rimasti decidono di costruire alcune città semoventi, veri e propri colossi meccanici in grado di "masticare" le città più piccole, trasformando così un sogno di conquista in un vero e proprio atto predatorio. La città di Londra è sicuramente quella più temibile, un gigante di acciaio e lamiere mossa dal subdolo Thaddeus Valentine (Hugo Weaving), il quale intende estendere il predominio della nuova Inghilterra sul mondo intero (no, la Brexit non c'entra un tubo). A fare da contraltare, troviamo i coraggiosi Hester Shaw e Tom Natsworthy, due ragazzi che decidono ben presto (e in parte contro la loro volontà) di fronteggiare una volta per tutte Valentine e le sue mire espansionistiche. Tra un rimando a Star Wars, alle divise di Sigourney Weaver in Alien passando per Indiana Jones e una strizzata d'occhio a BioShock: Infinite (più vicino è tuttavia Dishonored, nell'ambientazione ovvio), Macchine mortali cerca di dare consistenza all'universo che viene mostrato a schermo, sebbene il tutto avvenga in maniera piuttosto pasticciata e troppo confusa, restituendo la spiacevole sensazione che la mitologia dietro al mondo delle Mortal Engines sia più un quadro sfocato che una mappa messa perfettamente a fuoco. Ed è un peccato, perché dal punto di vista puramente visivo e concettuale, il film non fa una piega (alcune sequenze, specie nelle battute finali, sono realmente evocative). Anche alcuni personaggi chiave e sicuramente più interessanti rispetto a molti altri (primo fra tutti Shrike, il "rinato" costruito da un cadavere caduto in battaglia), sembrano essere innestati nella sceneggiatura senza troppa convinzione. Così come la carismatica e decisamente stylish Anna Fang, la quale sembra uscita di diritto da un film di John Woo.

venerdì 3 maggio 2019

The Oath - Il giuramento (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/01/2018 Qui - The Oath - Il giuramento (Thriller, Islanda 2016): Rifacendosi al giuramento di Ippocrate, questo thriller psicologico islandese, dalle atmosfere affascinanti, diretto ed interpretato da Baltasar Kormákur (regista del non convincente del tutto Everest), nonostante implicazioni morali notevoli, proprio non fa breccia. Il film infatti, vanificato da un eccesso di convenzionalità che depotenzia almeno in parte le premesse del film stesso, non riesce nel suo intento di farci riflettere, perché anche se il tema, incentrato esclusivamente sulle complicazioni etiche e morali di un padre (qui chirurgo) o madre che per la loro figlia (apparentemente in difficoltà) farebbero qualsiasi cosa, allo spettatore arriva (ed esplode in faccia), è ormai troppo tardi. Anche perché scialbo più che altro risulta lo sviluppo della trama, che in puro stile hollywoodiano il regista scandisce con suggestive panoramiche e tappeto sonoro incalzante. Scelte che configgono con una progressione sinceramente asfittica, gelida come la location, in cui giorno e notte si mescolano. Gli importanti dilemmi morali che si affacciano vengono difatti fagocitati dall'eccessiva convenzionalità con cui viene raccontata questa storia, di per sé, peraltro, alquanto familiare. Una storia declinata attraverso gli stilemi del thriller noir e in cui però il regista non riesce a far venire fuori la forza insita nel soggetto. Un soggetto di grande impatto ma banale anche nelle emozioni. Perché seppur le pressioni psicologiche subite dal personaggio (del padre, interpretato proprio da Kormákur) ci toccano, e questo non lo si può negare, poco può fare quest'empatia a fronte di un avvicendarsi degli eventi così calcolato e perciò prevedibile, o che comunque fatica a tenerci incollati come avviene con il protagonista Finnur. Il film per questo delude un po', anche se così brutto non è tanto da sconsigliarlo. Voto: 5,5