Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/02/2021 Qui - Rémy e Mélanie hanno 30 anni e vivono nello stesso quartiere di Parigi. Barricati dietro agli schermi dei loro computer, entrambi faticano a costruire una relazione, vittime della solitudine della grande città. Questo è un film che fa bene al morale e che dovrebbe essere visto da quante più persone possibile. All'inizio, non sappiamo davvero dove ci porta lo vicenda perché la sua semplicità è più simile a un'idea intelligente per un cortometraggio piuttosto che a un lungometraggio. In effetti, Someone, Somewhere è lo specchio di una generazione di trentenni con la testa, connessi, infelici senza saperlo e in difficoltà nei rapporti umani. Cédric Klapisch firma un'opera toccante, di fine scrittura, in miracoloso equilibrio tra malinconia e umorismo, un film sensibile, leggero e diretto dove insegue ancora la sua piacevole Comedie Humaine del suo cinema (si ricordi in particolar modo L'appartamento spagnolo e/o Bambole russe). La commedia romantica, qui, non ha ancora avuto luogo, ma ci racconta l'inizio di una (probabile) folle storia d'amore (il regista infatti si concentra sul percorso di elaborazione personale che procede l'incontro amoroso) in cui devi prima imparare ad amare te stesso prima di amare gli altri (il titolo originale è non per caso Deux moi: due "io" diventano "noi" soltanto quando ciascuno, dipanato l'intimo groviglio, riesce ad accettare pienamente se stesso). François Civil e (la bella, dolce e carinissima) Ana Girardot sono graziosi e divertenti. Camille Cottin e François Berléand, nei panni dei rispettivi psicologi, portano una sfumatura insolita e sottile. La bella colonna sonora ci accompagna rivelandosi parte essenziale del racconto, di un racconto, di un film, originale, delicato e simpatico, da guardare senza pregiudizi. Un film che personalmente parlando ho particolarmente apprezzato, per la sua autenticità ed arguzia. Voto: 7
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sabato 27 febbraio 2021
lunedì 1 aprile 2019
Escobar (2014)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 05/10/2017 Qui - Nick, giovane surfista, raggiunge il fratello in Colombia, pensando di aver trovato finalmente il paradiso. L'incontro con Maria, una bellissima ragazza del posto, segna però l'inizio di un amore che cambierà presto il resto dell'esistenza di Nick. Nel momento in cui tutto sembra perfetto infatti, Maria decide di presentare a Nick suo zio: Pablo Escobar, il capo del cartello della droga colombiano di Medellin, che inevitabilmente lo coinvolgerà nelle sue losche attività. Queste le premesse che ci introducono all'opera prima di Andrea Di Stefano, al suo debutto internazionale come regista e sceneggiatore. Un'opera, un film, Escobar (Escobar: Paradise Lost), del 2014 scritto e diretto dal regista italo-americano, indubbiamente riuscito e discreto seppur non memorabile, che però ancora una volta ci consegna una robusta e magnetica interpretazione di un sempre più affermato Benicio Del Toro, qui calatissimo nella parte di Pablo Escobar, di cui riesce perfettamente a far esaltare luci e ombre, debolezze e manie, regalandoci un affresco impeccabile di uno dei più noti e controversi criminali dei nostri tempi, e lasciando come attore la sua impronta distintiva. Il ruolo di Escobar, infatti, sembra naturalmente pensato per essere indossato da un fenomenale Benicio, che ancora una volta ruba la scena al vero e proprio protagonista, Nico (interpretato da Josh Hutcherson), diventando il centro gravitazionale del film. Inquietante ma affascinante al tempo stesso, la figura di El Patron assume nuove dimensioni, e ci viene presentata in tutte le sue forme più umane e spietate al tempo stesso, prima un uomo e padre modello, un punto di riferimento per il popolo colombiano, un uomo devoto alla famiglia e alla religione ma anche uno spietato assassino che ordina le stragi persino dei suoi collaboratori più fidati, e un narcotrafficante tra i più pericolosi e ricercati al mondo.
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