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martedì 16 luglio 2019

L'altro volto della speranza (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/05/2019 Qui
Tema e genere: Un dramma, un ritratto malinconico dell'umanità perduta.
Trama: Un clandestino siriano cerca asilo in Finlandia. L'aiuto arriverà da un bizzarro proprietario di un ristorante e dai suoi dipendenti.
Recensione: Con le caratteristiche che gli sono proprie (ambientazioni vintage, volti impassibili, colori iper saturi, dialoghi scabri ma ricchi di ironia), Aki Kaurismäki propone ancora una variante delle sue commedie imperturbabili, scarsamente popolate e con personaggi che sembrano tutti emulare Buster Keaton, nella loro parsimonia di movimenti ed espressioni. Ma il tono malinconico, le ambientazioni surreali e la recitazione sovente straniante non tolgono mai spazio a un'umanità semplice, solidale e spesso squattrinata (che il regista aveva già proposto anche in Miracolo a Le Havre, l'unico che ricordo di aver visto), nella quale anche quelli che sembrano dei "duri" o degli emarginati sono capaci di gesti gratuiti nei confronti di sconosciuti in cerca d'aiuto. È l'umanità, infatti, il primo punto di interesse del lungometraggio. Un lungometraggio, un film agrodolce che possiede un'ironia anche se graffiante, forse troppo lontana dai canoni dell'umorismo a cui siamo abituati, in tal senso l'opera non è esente da asperità, che inoltre viaggia col pilota automatico e con la benzina avanzata dalle opere precedenti del cineasta finlandese. La ricetta (anche perché il fulcro è sempre quello) avrebbe avuto bisogno o di una conferma ad un livello sublime di ispirazione (i grandi autori sanno come non annoiare, pur ripetendo se stessi) o di un ampliamento tematico. Qui non c'è ne l'una né l'altra cosa. Da un lato, infatti, il film è poco ispirato, fragile nella costruzione, debole negli snodi narrativi e psicologici, insolitamente sfilacciato, non privo di passaggi a vuoto: uno smarrimento che si riflette in un finale deludente. Dall'altro, l'aggancio all'attualità dei rifugiati e della guerra in Siria si rivela un mero pretesto: il povero Khaled non è altro che una riedizione degli emarginati che da sempre popolano, "Chaplinianamente", l'intera filmografia di Kaurismaki. L'emarginazione in Kaurismaki è uno stato della mente, prima che una condizione storica o sociale. Il messaggio quindi è lo stesso, "la società capitalistica produce guerra e disparità, ma a farne le spese è l'Uomo in generale", un passo in avanti nel discorso politico non c'è: si resta nella "comfort zone" di un umanesimo genuino, ma che questa volta ha il fiato corto. Tuttavia è e resta un'opera godibile, che strappa la sufficienza, ma che è ben poca cosa considerata la statura del regista. Si empatizza per Khaled, per la sua maschera Keatoniana che a fatica trattiene l'emozione per il proprio dramma familiare, si ghigna per le metamorfosi del ristorante di Wilkstrom e della sua scalcinata squadra di camerieri, si prova rabbia per l'ottusità della burocrazia e per la violenza dei naziskin. Ma manca il guizzo, il salto di qualità, la ragione per considerare quest'opera non al livello di altre opere del regista e in generale.