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martedì 4 giugno 2019

Libere, disobbedienti, innamorate (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/08/2018 Qui - È un film pieno di vita, Libere, disobbedienti, innamorate, film del 2016 ed opera prima di Maysaloun Hamoud, regista ungherese ma cresciuta vicino Israele. La pellicola infatti, che racconta la società palestinese in modo inedito per il cinema, senza fare riferimenti a guerre e conflitti, che pure fanno perennemente parte della vita quotidiana di chi vive in quei luoghi, che mette in scena i contrasti della situazione che vivono tre donne a Tel Aviv (città socialmente avanzata, ma sempre al centro di contraddizioni tra modernità e tradizione, in tal senso essere donne non aiuta affatto, la condizione femminile è vista come fragile e soggetta a pregiudizi se non a violenze), e tutte alle prese con la costruzione della propria identità nonostante le rigide regole della società in cui vivono, sa rappresentare il disagio che si percepisce nel trovarsi in mezzo ad un incrocio, tra due civiltà che non riescono a dialogare, in cui chi sta in mezzo deve affrontare una scelta cruciale, che risulta difficile ed ugualmente sofferta qualsiasi sia la decisione assunta. In tal senso la pellicola (dopotutto già dal titolo, sia quello italiano Libere, Disobbedienti, Innamorate, che inglese In Between ed israeliano la cui traduzione più o meno è "Tra Terra e Mare", si evince che si sta ad indicare una posizione "di mezzo", non definita e, comunque, in contrapposizione con quella "ufficiale" prestabilita e consentita) può certamente essere interpretata come un invito rivolto alle donne di tutto il mondo di pretendere la propria libertà, di essere emancipata e indipendente nella creazione della propria esistenza. Anche perché le tre giovani (Laila, la bella Mouna Hawa, un'avvocatessa emancipata che beve, fuma, ama ballare e sedurre, Salma, che è una dj lesbica che di giorno lavora in un bar, con genitori fortemente devoti alla tradizione e Nour, la loro nuova coinquilina, una studentessa modello, vittima della sopraffazione maschilista), lontane dagli stereotipi della donna araba, che pagano a caro prezzo la loro indipendenza (poiché ognuna in modo diverso cercheranno di vivere la quotidianità e affermare se stesse), in un mondo maschilista e troppo tradizionale (dove si può perdere il lavoro per un'impuntatura sulla lingua usata) che le vorrebbe solo mogli e madri, non vorrebbero vivere. E tuttavia non chinano il loro capo, con il cuore infranto e il volto rigato dalle lacrime proseguono per la loro strada, alla conquista del loro posto nel mondo.